Influenza, italiani non la temono e sottovalutano i rischi

Sanità pubblica | Redazione DottNet | 11/10/2017 18:59

Censis, il 43% non sa delle complicanze. Calo vaccini tra gli over 65

Tra 15mila e 18mila: sono tanti gli anziani che lo scorso anno sono morti a causa delle complicanze dell'influenza stagionale. Un numero che allarma perchè raddoppiato rispetto agli anni precedenti, quando i decessi per influenza si attestavano a circa 8mila. Eppure, nonostante queste percentuali preoccupanti, gli italiani over-50 non hanno paura dell'influenza e ne sottovalutano i rischi, mentre la copertura vaccinale continua ad essere di gran lunga sotto la soglia di sicurezza fissata al 95%.

E' la fotografia che emerge dall'ultima indagine del Censis 'La vaccinazione antinfluenzale - l'opinione degli italiani', realizzata su un campione di 1000 cittadini e con il supporto non condizionante di Sanofi Pasteur.    A dirsi "preoccupato" per la prossima stagione influenzale alle porte è il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi: "Si tratta di stime - precisa - e non abbiamo, ovviamente, 18 mila certificati di morte 'per influenza'. Ma sono stime estremamente ponderate, affidabili. Partiamo dal fatto che ogni anno, sistematicamente, abbiamo una stima di 8 mila morti per complicanza da influenza. Ma gli eventi sentinella che abbiamo registrato nelle città italiane nella scorsa stagione, tra novembre 2016 e febbraio 2017, hanno indicato che i dati erano estremamente superiori alla media, in modo abnorme. Ed il problema è la copertura vaccinale contro l'influenza, che in certe aree del Paese per gli anziani non va oltre il 30%".

Dunque "siamo molto preoccupati - ha avvertito - poichè se anche in questa stagione si registreranno le stesse coperture vaccinali, il trend dei decessi continuerà". E l'indagine Censis conferma tali timori: la copertura vaccinale tra gli over-65 (per i quali la vaccinazione è offerta gratuitamente e somministrata dal medico di famiglia) ha infatti raggiunto un picco massimo nella stagione 2005-2006 (68,3%), ma poi si è progressivamente ridotta fino a 16 punti percentuali in meno. Così, nella scorsa stagione 2016-2017, ha raggiunto solo il 52%. Dall'indagine emerge anche che solo il 43% degli over-50 sa che l'influenza può determinare complicanze mortali, anche se quasi tutti conoscono la vaccinazione antinfluenzale (96,8%). Ma se il 93% ritiene che la vaccinazione sia consigliabile per i soggetti affetti da patologie dell'apparato respiratorio, solo il 59,1% pensa che sia indicata per tutte le persone che non vogliono ammalarsi.

Ed ancora: solo il 3,4% ammette di avere molta paura dell'influenza e quando ci si accorge di averla contratta, è il 16% a contattare immediatamente il medico, mentre il 45,8% si rivolge al medico solo se i sintomi non migliorano, il 24,4% si cura autonomamente con farmaci da banco e il 13,8% lascia che l'influenza "faccia il suo corso" senza prendere farmaci. Ma ciò che maggiormente preoccupa gli esperti resta comunque il calo delle vaccinazioni tra gli anziani, nonostante per loro i vaccini siano gratuiti: "Va ricordato - ha affermato la responsabile area Welfare e Salute del Censis, Ketty Vaccaro, curatrice dell'indagine - che l'Italia è il Paese con la maggiore percentuale di anziani dopo il Giappone, anche se la Liguria ha ad esempio superato lo stesso Giappone". La prevenzione, conclude, "è quindi fondamentale, considerando che nei prossimi anni il trend di invecchiamento della popolazione continuerà".

 

 

 

Al via la campagna contro l'influenza: pronti i vaccini

Infettivologia | Redazione DottNet | 15/10/2017 16:07

Il farmaco è già disponibile presso tutte le farmacie italiane

Da domenica  15 ottobre è partita la campagna vaccinale contro l’influenza 2017-18: fino alla fine di dicembre il vaccino antinfluenzale è disponibile nelle farmacie italiane. Secondo le prime analisi, l’influenza di quest’anno interesserà circa 4-5 milioni di italiani con picchi  meno aggressivi rispetto a quella dell’anno scorso, che aveva costretto a letto ben 7 milioni di italiani. "La speranza per  questa stagione è di riprendere la crescita della vaccinazione dopo anni di ingiustificato calo”  afferma Fabrizio Pregliasco, virologo presso il Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università di Milano e responsabile scientifico del portale Osservatorio Influenza.

 “Già lo scorso anno c’è stata una stabilizzazione nel numero di vaccinati, valore però ancora ben lontano dalla copertura del 75%raccomandata dall’Oms per questi soggetti, per cui vale la pena ricordare, le complicanze dell’influenza possono essere anche letali”. “Se specialisti e medici di base lavorano in sinergia”  conclude Pregliasco “il risultato non può che tradursi in una maggiore copertura, con un beneficio non solo per la salute dei singoli, ma anche per i costi socio-sanitari che i ricoveri per complicanze da influenza comportano“.

Bisogna però ricordare anche chi, invece, non deve assumere il vaccino contro l’influenza: prima di tutto i bambini con meno di sei mesi, dal momento che mancano studi clinici controllati che dimostrino l’innocuità del vaccino in questa fascia di popolazione. A seguire, le persone con precedente reazione allergica grave (anafilassi) al vaccino o a un suo componente e le persone che hanno in corso una malattia acuta.

Per queste ultime, la vaccinazione deve essere rimandata e può essere effettuata dopo la guarigione. Infine, il vaccino non va fatto a persone che hanno manifestato la sindrome di Guillain-Barrè entro sei settimane da una precedente vaccinazione.

 

 

 

 

 

 

Tac selvaggia e cure aggressive, ecco le dieci procedure inutili

Sanità pubblica | Redazione DottNet | 06/10/2017 18:38

L'elenco dei trattamenti inappropriati e dannosi per pazienti e sanità

C'è la prescrizione indiscriminata di antibiotici, che oltre ad essere dannoso per i pazienti rappresenta uno spreco enorme di risorse economiche, ma anche la tac usata indiscriminatamente, e persino gli interventi di rimozione dei tumori alla prostata. A mettere in fila le dieci pratiche più inappropriate negli ospedali, che qualche volta sono solo fonte di danni economici ma in altri casi aumentano i rischi per il paziente, è stata l'università del Maryland, in uno studio pubblicato dalla rivista Jama Internal Medicine che mette l'accento su un problema che secondo alcune ricerche può riguardare addirittura un quarto delle procedure.  

I ricercatori hanno analizzato oltre 2200 articoli pubblicati nel 2016 relativi a procedure utilizzate inappropriatamente, identificando i dieci ritenuti più importanti per il potenziale impatto sulla pratica clinica. A finire nella classifica sono stati l'ecocardiografia transesofagea, una tecnica diagnostica complessa che può essere sostituita da test più semplici; l'angiografia polmonare Tac, sempre più usata nei pronto soccorso ma che ha alternative meno rischiose; la tomografia computerizzata usata su pazienti con sintomi polmonari lievi, che li espone a radiazioni inutili senza aggiungere benefici al paziente. Addirittura, sottolinea lo studio, fino al 2% di tutti i tumori diagosticati negli Usa potrebbe derivare da questo tipo di radiazioni; l'ecografia della carotide, che nel 90% dei casi è usata inappropriatamente; il trattamento aggressivo del cancro alla prostata, per cui sarebbe meglio un approccio più cautelativo che non cambia la mortalità ma diminuisce gli effetti collaterali; l'ossigeno dato a pazienti con broncopneumopatia cronico ostruttiva ma deficit moderato, che uno studio ha dimostrato non dare nessun beneficio; gli interventi sulle rotture del menisco nei casi di osteoartrite, a cui andrebbe preferito un approccio più conservativo basato sulla riabilitazione; il supporto nutrizionale ai pazienti gravi, che non cambia l'esito della malattia; l'uso indiscriminato di antibiotici; l'uso di tecniche di imaging sul cuore, triplicati negli ultimi anni anche per pazienti a basso rischio1.

"Troppo spesso - afferma Daniel Morgan dell'università del Maryland, l'autore principale -, i medici non si basano sulle ultime evidenze scientifiche. Speriamo che questo studio sensibilizzi sui trattamenti sovrautilizzati". Il tema, sottolineano gli stessi autori, è molto dibattuto negli ultimi anni, e si iniziano a fare le prime stime sul costo della 'medicina sbagliata', in un momento in cui tutti i sistemi sanitari sono alle prese con problemi economici. Secondo una serie di articoli sul tema pubblicati dalla rivista Lancet, ad esempio, addirittura un quarto delle procedure mediche utilizzate comunemente è inefficace o comunque superfluo. Anche secondo un recente rapporto Ocse una percentuale considerevole della spesa sanitaria, che può arrivare a un quinto, è inappropriata, e potrebbe essere 'liberata' a favore di procedure più utili.

 

fonte: ansa

 

 

 

Cos'è il ritmo circadiano, base del nostro 'orologio biologico'

Roma, 2 ott. (AdnKronos Salute) - La vita sulla Terra si adatta quotidianamente alla rotazione del nostro pianeta e gli organismi viventi, inclusi gli esseri umani, hanno un 'orologio biologico' interno che li aiuta ad anticipare e ad adattarsi al ritmo regolare della giornata. Ma come funziona effettivamente questo orologio? Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young, vincitori del premio Nobel 2017 per la Medicina e la fisiologia grazie ai loro studi su questo interessante tema, sono riusciti a 'sbirciare' all'interno di questa funzionalità e a chiarire le sue proprietà interne. Le loro scoperte hanno aiutato a spiegare come le piante, gli animali e gli esseri umani adattano i loro ritmi biologici in modo che siano sincronizzati con i movimenti della Terra.

Utilizzando i moscerini della frutta come organismo modello, gli scienziati sono riusciti a isolare un gene che regola il normale ritmo biologico quotidiano. Hanno dimostrato che questo gene codifica una proteina che si accumula nelle cellule durante la notte, mentre viene poi degradata durante il giorno. Nell'uomo tutto questo avviene con una enorme precisione: il nostro orologio interno adatta la nostra fisiologia alle diverse fasi della giornata, regolando funzioni critiche come i livelli ormonali, il sonno, la temperatura corporea e il metabolismo. Il nostro benessere vacilla, di conseguenza, quando c'è un disallineamento temporaneo tra l'ambiente esterno e il ritmo interno, quando ad esempio si verifica un 'jet lag'. E la scienza indica anche che il cronico mancato equilibrio tra il nostro stile di vita e il ritmo circadiano è associato ad un aumento del rischio di varie malattie.

La maggior parte degli organismi viventi anticipa e si adatta ai cambiamenti quotidiani dell'ambiente. Durante il XVIII secolo, l'astronomo Jean Jacques d'Ortous de Mairan studiò le piante di mimosa e scoprì che le foglie si aprivano durante il giorno e si chiudevano al crepuscolo. Si chiese cosa sarebbe successo se la pianta fosse stata posta nell'oscurità costante. Verificò che le foglie continuavano in questo loro movimento anche senza la luce del sole, seguendo un ritmo interno. Durante gli anni '70, Seymour Benzer e il suo studente Ronald Konopka dimostrarono che le mutazioni di un gene fino allora sconosciuto (e da loro ribattezzato 'period') interrompevano l'orologio circadiano nei moscerini della frutta.

Ma come fa questo gene a influenzare il ritmo circadiano? A scoprirlo sono stati i premi Nobel di quest'anno, che hanno studiato anche loro i moscerini della frutta. Nel 1984, Jeffrey Hall e Michael Rosbash, che lavorano in stretta collaborazione all'Università Brandeis di Boston, e Michael Young alla Rockefeller University di New York, sono riusciti a isolare il gene 'period'. Hall e Rosbash hanno poi scoperto che 'Per', la proteina codificata dal gene 'period', si accumula durante la notte e degrada durante il giorno. E che in pratica i suoi livelli oscillano durante le 24 ore in sincronia con il ritmo circadiano.

L'obiettivo fondamentale successivo fu quello di capire come queste oscillazioni circadiane potessero essere generate e sostenute. Jeffrey Hall e Michael Rosbash hanno quindi ipotizzato che la proteina 'Per' bloccasse l'attività del gene 'period'. Ma, per farlo, la stessa proteina, prodotta nel citoplasma, deve raggiungere il nucleo della cellula, dove si trova il materiale genetico. Come è possibile che riesca a farlo? A chiarirlo nel 1994 fu Young, che scoprì un secondo gene, 'timeless' ('senza tempo'), che codifica la proteina detta 'Tim', sempre essenziale per il mantenimento del normale ritmo circadiano. Lo scienziato mostrò che quando 'Tim' si lega a 'Per', le due proteine sono in grado di entrare nel nucleo cellulare e di bloccare l'attività del gene 'period'.

Questo meccanismo spiegava come si crea l'oscillazione dei livelli di proteine nella cellula, ma cosa controlla la frequenza delle oscillazioni? Michael Young ha identificato un ennesimo gene, ribattezzato 'doubletime' ('doppio tempo'), che codifica la proteina Dbt, la quale ritarda l'accumulo della proteina 'Per'. Questo ha chiarito come l'oscillazione viene regolata per aderire al ciclo delle 24 ore. Successivamente, i premi Nobel hanno compiuto altre scoperte sulle componenti molecolari dell'interessante meccanismo, ad esempio quella sulla presenza di altre proteine necessarie per l'attivazione del gene 'period' e del meccanismo con cui la luce riesce a sincronizzare il nostro orologio interno. I loro studi hanno dunque contribuito a generare un vastissimo campo di ricerca, con ricadute concrete sulla nostra salute. Una curiosità: il termine 'ritmo circadiano' deriva dai termini latini (circa diem) che significano 'intorno' e 'giorno'.

 

 

La Bpco  ( bronchite cronica ostruttiva ) :  i pazienti mentono sulle loro reali condizioni

In nove casi su dieci, i pazienti affetti da Bpco non comunicano al medico la loro reale condizione. Un gap comunicativo che spesso impatta sullo stato di salute delle 210 milioni di persone colpite in tutto il mondo da questa malattia. A rivelarlo è uno studio pubblicato dall'International Journal of Copd (Chronic obstructive pulmonary disease). L'indagine ha messo in evidenza che solo l’11% dei pazienti si dichiara "abbastanza franco" nel rapporto coi medici, l'89% ammette di essere "generalmente non franco" e nessuno ammette di essere totalmente franco. Le principali "bugie" sono quelle di chi sostiene di aver smesso di fumare, di chi afferma di svolgere gli esercizi prescritti per mantenere attiva la muscolatura respiratoria, o semplicemente c'è chi non comunica il suo disagio e le sue difficoltà nella vita quotidiana. Ancor più grave è la sottostima di questo fenomeno da parte dei professionisti: il 42% dei medici di base ritiene che i pazienti siano abbastanza franchi, il 53% ritiene che non lo siano e il 5% pensa che siano totalmente franchi. "Il gap comunicativo - ha spiegato l'autore dello studio, Bartolomeo Celli, professore di medicina presso la Harvard Medical School di Boston - ha delle conseguenze dirette sulla salute del paziente. Se non c'è una comunicazione aperta tra la figura del medico e quella de paziente, non si possono attuare tutte quelle contro- misure necessarie per un maggior controllo della patologia”.

 

PPI  ( gastroprotettori ) aumentano rischio mortalità

ULCERA & REFLUSSO

Lug 10,2017 0 Comments

I PPI, che vengono ampiamente prescritti per il controllo dell’acidità gastrica, potrebbero essere collegati ad un incremento del rischio di mortalità. Questi farmaci sono disponibili su prescrizione e da banco in molte nazioni, e sono in genere considerati sicuri, ma diversi studi li hanno collegati a vari tipi di rischio, fra cui quello di ictus e mortalità intraospedaliera.

I dati più recenti in materia giungono da uno studio condotto da Yan Xie del Veteran Affairs Saint Louis Health Care System su un database di più di 6 milioni di soggetti, ed ha portato a concludere che le evidenze a supporto dei numerosi effetti collaterali di questi farmaci sono schiaccianti, e potrebbe essere necessario istituire una farmacovigilanza e limitare l’uso dei PPI alle circostanze ed ai periodi in cui sono strettamente indicati.

Essi vengono spesso sovra-prescritti, raramente sospesi e spesso introdotti in modo inappropriato durante una degenza ospedaliera, ed il loro impiego viene esteso per lunghi periodi senza un’adeguata indicazione medica. Il presente studio è stato il primo a riscontrare un incremento del rischio di mortalità correlato ai PPI nella popolazione generale ma, comunque, un incremento del 25% su un rischio di base molto basso è limitato. Rimangono problematici i casi in cui essi vengono prescritti per un dolore addominale generico, ma in mancanza di efficacia il farmaco viene comunque mantenuto indefinitamente perché il medico dimentica di controllare se vi sia stato realmente un effetto terapeutico.

Il meccanismo alla base dell’associazione con la mortalità non è stato ben compreso, ma essa è probabilmente mediata dalla comparsa di uno o più effetti collaterali associati ai PPI, come nefropatie, demenza, ipomagnesemia, infezioni da C. difficile e fratture osteoporotiche.

Il presente studio era comunque di natura osservazionale e questo lascia spazio all’influenza di fattori interferenti residuali. Ad esempio è possibile che non siano proprio i PPI ad essere collegati alla mortalità, ma che essi siano collegati ad una patologia medica che è a sua volta correlata ad un incremento della mortalità. (BMJ Open online 2017, pubblicato il 3/7)


 

Fimmg, campagna per il corretto uso dei gastroprotettori

Medicina Generale | Redazione DottNet | 07/09/2017 14:15

E' stata avviata in Sicilia

«L’uso non appropriato dei gastroprotettori può nuocere alla salute. Parlane con il tuo medico». E’ l’avvertenza che fino al 31 ottobre verrà stampata su tutte le ricette emesse dai medici di famiglia siciliani, così come prevede il piano di comunicazione varato l’altro ieri dalla Fimmg regionale. L’obiettivo è quello di “preparare” assistiti e malati in vista dell’entrata in vigore, dal 1 novembre, del decreto che impone ai mmg di compilare una scheda di monitoraggio a ogni prescrizione di farmaci soggetti alle note Aifa 1 e 48. Entrato in vigore ad agosto e subito congelato dalla Regione sino alla fine di ottobre per le reazioni di medici e farmacie, il provvedimento mira ad allineare i consumi siciliani di gastroprotettori alle medie nazionali usando il deterrente della burocrazia. Di qui il piano della Fimmg, che in un paio di mesi cercherà di dimostrare che informazione ed educazione sanitaria agevolano l’appropriatezza quanto se non più del pugno di ferro.

A parte l’avvertenza sulle ricette (che dovrebbe cominciare a comparire già dai prossimi giorni, visto che il sindacato ha già dato disposizioni alle software house perché aggiornino i gestionali dei medici), tra gli interventi c’è anche l’affissione di cartelli informativ negli studi e nelle Asl (che ricordano come «l’uso a lungo termine dei gastroprotettori è collegato a un aumento del 25% di effetti collaterali»), la diffusione ai mmg di dati e slide tratti dalla letteratura scientifica e infine azioni coordinate nei confronti degli specialisti. «Da quanto riferiscono i medici » scrive Fimmg nella nota che annuncia il piano «si evince che le riduzioni di dosaggio o la sospensione della terapia on-demand, anche momentanea, è molto accettata dai pazienti, purché sia presentata come una misura a tutela della loro salute in base agli studi più recenti. Il counselling dovrebbe essere impostato in modo che i pazienti siano partecipi delle scelte sulla scorta dei dosaggi, del tempo di somministrazione, dei periodi di trattamento».


 

La scoperta: annusare il cibo fa ingrassare

 MEDICINA
   
La scoperta: annusare il cibo fa ingrassare

(FOTOGRAMMA)

Pubblicato il: 10/07/2017 19:54

Chi ha la sensazione di ingrassare anche solo annusando un piatto prelibato, potrebbe essere vicino alla verità. Un team di ricercatori americani ha infatti scoperto che il senso dell'olfatto gioca un ruolo nei chili di troppo.

In uno studio sui topi, gli scienziati dell'University of California hanno usato la terapia genica per 'silenziare' il senso dell'olfatto in un gruppo di topolini obesi. Ebbene, hanno scoperto che i topi che non potevano sentire gli odori perdevano peso rispetto agli altri.

A sorprendere i ricercatori, il fatto che i due tipi di roditori mangiassero lo stesso quantitativo di cibo, in termini di calorie. Ma i topi con l'olfatto silenziato perdevano più peso. Mentre quelli dall'olfatto più fine, ingrassavano di più.

Annusare i cibi, suggeriscono gli autori, potrebbe spingere il corpo a conservare le calorie piuttosto che a bruciarle. Lo studio, pubblicato su 'Cell Metabolism', potrebbe essere utile per far luce sui meccanismi alla base di anoressia, bulimia e obesità. Non solo, se i risultati saranno confermati nell'uomo, si potrebbe pensare a un sistema che 'accende' e 'spegne' il circuito metabolico legato all'olfatto a comando, per aiutare le persone a perdere peso.

 

 

 

Charlie: ecco il protocollo della speranza

Medicina Interna | Redazione DottNet | 07/07/2017 20:35

I medici del Great Ormond Street Hospital stanno pensando di verificare le cure del Bambin Gesù

I medici dell'ospedale londinese Great Hormond Street non staccheranno le macchine che tengono in vita il piccolo Charlie Gand. La comunicazione ai genitori, come riferisce la Bbc, è stata fatta dallo stesso ospedale "alla luce dei nuovi elementi" emersi su un possibile nuovo trattamento sperimentale del bimbo malato sulla base delle ricerche effettuate da due ospedali internazionali. "Elementi che ci sono stati comunicati nelle ultime 24 ore e che crediamo che sia giusto studiare".


La sorte di Charlie nelle mani del giudice
Adesso sarà il giudice Nicholas Francis, responsabile della sezione minori dell'Alta Corte di Giustizia che esaminerà il caso lunedì alle 14 locali (le 15 in Italia) a decidere se approvare la decisione dell'ospedale. Lo stesso giudice che l'11 aprile scorso aveva sancito il diritto dei medici a staccare la spina. Sono stati i medici del Great Hormond Street a chiedere un nuovo parere alla Corte di Fleet Street dopo che 7 esperti della rara malattia che ha colpito sin dalla nascita Charlie hanno scritto una lettera ai colleghi londinesi ponendo alla loro attenzione i risultati di ricerche non ancora pubblicate sulle riviste scientifiche sulla malattia del piccolo di 11 mesi.

Il protocollo
Per il piccolo Charlie Gard c'è ancora un barlume di speranza, giustificata dai risultati incoraggianti di una serie di test di laboratorio. Non c'è tempo per completare le ricerche preliminari, scrivono gli esperti internazionali coordinati dall'Ospedale Bambino Gesù di Roma nel protocollo messo a punto, ma ci sono gli estremi per riconsiderare le decisioni già prese. Il testo del documento, su carta intestata dell'Ospedale romano, dove sono state omesse le firme dei medici, è stato postato dalla zia del bambino sul profilo Facebook di sostegno, 'Charlie's Army'. Gli esperti dell'equipe internazionale che ha redatto il documento propongono una terapia a base di deossinucleosidi, delle molecole simili ai 'mattoni' del Dna. Nel documento dimostrano, sulla base di studi già pubblicati su riviste scientifiche e di dati ancora non pubblicati, che queste molecole sono in grado di superare la barriera emato-encefalica, quella che separa i vasi sanguigni dal cervello.

E quindi avere effetto sull'encefalopatia che ha colpito il piccolo, che secondo i medici britannici rende impossibile qualunque cura. "Esistono evidenze scientifiche - scrivono - a sostegno del fatto che i deossinucleotidi esogeni applicati a cellule umane con mutazione RRM2B in coltura accrescono la replicazione e favoriscono il miglioramento della sindrome da deplezione del Dna". La mutazione a cui si riferiscono i medici è la stessa che colpisce il piccolo. Secondo il Daily Mail, la lettera è firmata da esperti Usa, britannici, italiani e spagnoli, che si sarebbero spinti a dire alla mamma di Charlie che la terapia ha il 10% di possibilità di funzionare. "Siamo consapevoli - concludono gli esperti - del fatto che la terapia con deossinucleotidi per il deficit RRM2B sia sperimentale e, in teoria, dovrebbe essere testata su modelli murini (esperimenti sui topi, ndr). Tuttavia, non c'è tempo sufficiente per svolgere questi studi e giustificare il trattamento per Charlie Gard, che è affetto da una grave encefalopatia dovuta a mutazioni RRM2B. Alla luce di questi importanti nuovi risultati riguardanti la biodisponibilità dei deossinucleotidi somministrati per via esogena nel sistema nervoso centrale, chiediamo rispettosamente che questa terapia possa essere somministrata a Charlie Gard"

 

 

 

Autocertificazione per i primi 3 giorni malattia. Tutte le novità

Medicina Generale | Redazione DottNet | 04/07/2017 16:46

Il Ddl è al Senato. Sostegno da parte dell'ordine dei medici al testo di Romani

"Autogiustificare" i primi tre giorni di assenza per malattia dal lavoro: e' una proposta che la Fnomceo - su impulso del Presidente dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Piacenza, Augusto Pagani - porta avanti da quattro anni, e che è stata lo scorso dicembre oggetto di un Ordine del Giorno approvato all'unanimità dal Consiglio Nazionale, che ha dato mandato al Presidente Chersevani e a tutto il Comitato Centrale di sollecitare una revisione, in tal senso, della Legge Brunetta.

Un testo con questa norma e' stato ora assegnato alla Commissione Affari Costituzionali del Senato. Il Disegno di Legge e' stato presentato da Maurizio Romani (Gruppo Misto), Vicepresidente della Commissione Igiene e Sanità. Il testo prevede che in presenza di un disturbo che il lavoratore ritiene invalidante ma passeggero, sarà lui stesso - sotto la sua esclusiva responsabilità - a comunicarlo al medico, che si farà semplice tramite per la trasmissione telematica all'Inps e al datore di lavoro. Il Disegno di Legge incide poi, ridimensionandole, sulle pene ai medici, anche per porre rimedio ad alcune contraddizioni ed eccezioni di incostituzionalità rilevate nella Legge Brunetta.

Le novità. Il testo, composto di due soli articoli, prevede che in presenza di un disturbo che il lavoratore ritiene invalidante ma passeggero, sarà lui stesso - sotto la sua esclusiva responsabilità - a comunicarlo al medico, che si farà semplice tramite per la trasmissione telematica all'Inps e al datore di lavoro. L'articolo due recita infatti così: "In tutti i casi di assenza per malattia protratta per un periodo inferiore a tre giorni il lavoratore comunica con sua esclusiva responsabilità il proprio stato di salute al medico curante, il quale provvede ad inoltrare apposita comunicazione telematica all'Istituto nazionale della previdenza sociale, nonché al datore di lavoro".

Pene dei medici ridotte. Il ddl incide anche, ridimensionandole, sulle pene ai medici stabilite dalla legge Brunetta in caso di falsa attestazione.  "Attualmente - aggiunge Scassola - i medici possono perdere la convenzione, andare davanti al giudice penale o essere sanzionati per migliaia di euro solo per aver fatto un certificato in condizioni particolari, ad esempio per via telefonica. Questo ovviamente non è corretto in senso etico-deontologico, ma nell'attività compulsiva di tutti i giorni è una cosa che può capitare. E oggi le pene sono esorbitanti rispetto all'entità di questo tipo di errori".

Contro i furbetti. "Chi fa il furbo - spiega Romani, il primo firmatario della nuova legge - si assume la responsabilità di aver fatto un'autogiustificazione falsa: non ha più le spalle coperte dal certificato del proprio medico curante, che si limita a fare da "postino" inviando all'Ipns la dichiarazione del paziente,  e se la vede direttamente con il medico fiscale mandato dall'Inps. L'iter è appena cominciato ma, se c'è la volontà politica, si può approvare entro la fine della legislatura".

"La Fnomceo esprime vivo apprezzamento e sostiene il Disegno di Legge presentato dal senatore Romani - afferma Maurizio Scassola, Vicepresidente della Federazione -. Ci sono disturbi, come il mal di testa o lievi gastroenteriti, la cui diagnosi non può che essere fatta sulla base di sintomi clinicamente non obiettivabili. Il medico, in questi casi, deve limitarsi, all'interno del rapporto di fiducia che lo lega al paziente, a prendere atto di quanto lamentato. Riteniamo che un'auto-attestazione potrebbe essere utile, prima ancora che a sollevare il medico, a responsabilizzare il paziente, come del resto già avviene, con ottimi risultati, in molti paesi anglosassoni. Auspichiamo dunque un iter rapido e l'approvazione entro fine legislatura".

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giu132017

Certificati di malattia, cambia il panorama delle visite fiscali. Le novità

 

TAGS: VISITA FISCALE
Certificati di malattia, cambia il panorama delle visite fiscali. Le novità
Non solo visite fiscali effettuate dai medici Inps anche sui dipendenti pubblici a partire - ufficialmente - da settembre 2017: il testo unico sul pubblico impiego e una circolare Inps hanno introdotto novità che in qualche modo cambiano il panorama delle visite fiscali.

•L'articolo 18 del testo unico sul pubblico impiego inserisce una frase in più nel testo relativo alla certificazione di malattia del medico di famiglia, che per Inps ha valore diagnostico: "I relativi certificati contengono anche il codice nosologico." Il medico di famiglia quindi oltre alla diagnosi, che per i dipendenti pubblici non era prevista, ora dovrà inserire pure la codificazione ICD9, disponibile anche al sito del Ministero della Salute

• Non è chiaro se con il nuovo corso rientreranno tra gli obbligati al certificato telematico di malattia anche categorie fin qui esentate come i magistrati, gli avvocati dello stato, docenti e ricercatori universitari, diplomatici, prefetti, forze della Polizia di Stato, personale penitenziario, vigili del fuoco. Che in genere continuano a chiedere certificato su carta bianca (in realtà molto dipende dalle norme fissate dai relativi uffici).

• Per le fasce orarie di reperibilità, il testo unico parla di armonizzare la disciplina dei settori pubblico e privato. Si parla di uniformare orari dei privati (10-12 e 17-19) con le fasce 10 -13 e 15-18 dei dipendenti Pa, e di visite pure nei festivi. Silvio Trabalza vicesegretario Fimmg-Inps, sottolinea che «anche su questo punto non si hanno certezze. L'intento della Pa sarebbe armonizzare le fasce orarie portandole a 6 ore al giorno per tutti, ma la decisione va presa di concerto con il Ministero del Lavoro competente sulle fasce del privato, anche se la stessa Inps, per bocca del Presidente Boeri, si sarebbe schierata addirittura per le 7 ore giornaliere. Dal punto di vista tecnico, ritengo che difficilmente si possa iniziare le visite (e quindi far iniziare le fasce orarie) prima delle 10.00 avendo il sistema informatico dell'Inps necessità di effettuare le elaborazioni».

• Il testo unico prevede la procedura veloce - licenziamento con sospensione in 48 ore e iter di non oltre un mese - per i dipendenti pubblici che attestano falsamente la presenza in servizio. Licenziabile anche chi giustifica l'assenza con falsi certificati medici o con certificati di medici che non hanno direttamente constatato la patologia. Sotto il profilo penale, la sanzione è la reclusione da 1 a 5 anni e multa da 400 a 1600 euro: la stessa sanzione che rischia il medico compiacente nella legge Brunetta. Il medico rischia anche la revoca della convenzione e addirittura la radiazione dall'albo.

• Una circolare Inps ha chiarito lo scorso mese che il dipendente non può rientrare al lavoro se prima non ha fatto rettificare la data di prognosi dallo stesso medico che ha redatto il certificato di malattia. Tale certificato per Inps ha valore di domanda di prestazione (non per i lavoratori autonomi, Cococo e borse di studio) e l'Istituto non vuole inviare inopportuni controlli domiciliari né erogare indennità non dovute. Se la prognosi è ancora in corso i datori non possono consentire al lavoratore la ripresa dell'attività. Chi non si fa trovare alla visita di controllo o non comunica (o comunica tardi) la ripresa anticipata del lavoro, incorre nelle sanzioni per i casi di assenza ingiustificata a visita di controllo: 100% dell'indennità per massimo 10 giorni in caso di prima assenza; 50% nel restante periodo di malattia in caso di seconda assenza; 100% dell'indennità dalla data della terza assenza. Affinché la rettifica sia considerata tempestiva, deve arrivare prima del rientro in azienda.

 

 

 

Statali, stretta sulle assenze: arriva il tetto massimo per le malattie gravi

Un tetto massimo di assenze per malattia durante l'anno anche in caso di gravi patologie che richiedono terapie salvavita quali chemioterapia ed emodialisi

Un tetto massimo di assenze per malattia durante l’anno anche in caso di gravi patologie che richiedono terapie salvavita quali chemioterapia ed emodialisi. È l’ulteriore stretta sull’assenteismo prevista dalla riforma Madia che rimette mano anche al capitolo licenziamenti nel pubblico impiego.

Il prossimo 22 giugno entrerà in vigore infatti il nuovo codice disciplinare per gli statali. Le nuove regole del decreto 75/2017 sono state pubblicate nella Gazzetta Ufficiale numero 130 del 7 giugno. Lo statale bocciato per tre anni di fila potrà essere licenziato, ma la scure si abbatterà anche sui furbetti del cartellino, sugli assenteisti e per chi è reo di “scarso rendimento” a causa di reiterate violazioni degli obblighi per cui è già stato sanzionato.

NUOVE NORME – Saranno previste norme, si legge sul decreto 75/2017, “in materia di responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti finalizzate ad accelerare e rendere concreto e certo nei tempi di espletamento e di conclusione l’esercizio dell’azione disciplinare”.
Nel mirino delle nuove misure anche chi dichiara il falso per ottenere posti e promozioni e per chi viola in modo grave e reiterato i codici di comportamento come accettare regali costosi e abusare dell’auto di rappresentanza. Dito puntato, poi, verso chi si assenta dal lavoro quando più serve, rischiando di creare difficoltà, magari in coincidenza con un grande evento, l’iscrizione alle scuole o la presentazione del 730.

TETTO MASSIMO MALATTIA  Sarà l’Aran a negoziare, in sede di trattativa, il computo dei giorni di assenza collegati al l’effettuazione di terapie salvavita “anche se non coincidenti con i giorni di terapia e a condizione che si determinino effetti comportanti incapacita lavorativa”. Un ampio capitolo dell’atto di indirizzo del resto è dedicato a permessi, assenze e malattia, un tema delicato che da settembre sarà affidato ai controlli dell’Inps secondo quanto previsto dal nuovo testo unico del pubblico impiego.

Madia prevede inoltre una disciplina specifica sui permessi orari per visite mediche, terapie, prestazioni specialistiche ed esami diagnostici fruibili a giorni e addirittura a ore. Ma anche permessi brevi a recupero, permessi per motivi familiari e riposi connessi alla ‘banca delle ore’ che viene indicata come “base di partenza per ulteriori avanzamenti nella direzione mi una maggiore conciliazione e tra tempi di vita e di lavoro”.

NUOVI PALETTI – Tuttavia anche in questi casi sono previsti nuovi paletti. L’ assenza deve essere giustificata con un’attestazione rilasciata dal medico o dalla struttura, anche privata, che ha svolto la visita o la prestazione o tramessa all’amministrazione presso cui lavora il dipendente pubblico.

La direttiva prevede anche un “monte ore” annuale per la fruizione di tali permessi con l’indicazione che 6 ore di permesso corrispondono a un’intera giornata di lavoro. Infine, si prevede un periodo di servizio minimo nell’arco della giornata almeno pari alla metà dell’orario e, salvi casi d’urgenza, adeguati periodi di preavviso.

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LA BATTAGLIA PER LA SALUTE

Obbligatori 12 vaccini ma dall'anno prossimo e solo per i nuovi nati Ecco le misure del decreto: per la scuola basterà essere iscritti nelle liste d'attesa Un anno di tempo per mettersi in regola con i vaccini. Il decreto che impone l'obbligo della profilassi da 0 a 16 anni è arrivato al Quirinale ieri per la firma del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Subito dopo la firma verrà pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Dunque sì all'obbligo ma con un anno di moratoria come avevano richiesto anche le Regioni per motivi organizzativi e come aveva preannunciato il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, qualche giorno fa. Impossibile pensare di vaccinare una platea che oscilla intorno alle 800.000 persone prima dell'inizio del prossimo anno scolastico con soli due mesi di tempo. L'obbligo vincolante di fatto slitta al 2018 e sarà valido per tutti i nati dal 2017 in poi. Per chi è nato prima restano in vigore i precedenti piani vaccinali. Uno schema più flessibile che forse aiuterà a smorzare le feroci polemiche che hanno accompagnato l'approvazione del provvedimento, contro il quale comunque l'esercito dei novax ha già preannunciato una manifestazione il prossimo 11 giugno. Il decreto la prossima settimana verrà incardinato in Commissione Sanità al Senato che potrebbe anche apportare correzioni. I vaccini obbligatori diventano 12 ma non si dovranno eseguire 12 punture. Si parte infatti con l'esavalente: anti-poliomelitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse e anti Haemophilus influenzae tipo B. L'esavalente si farà in tre dosi: a 3 e 5 mesi e un anno. Poi si eseguirà l'antimeningococcica B che per chi inizia entro i 5 mesi sarà suddivisa in 4 dosi. Poi la quadrivalente: anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite e anti-varicella con sole due dosi a 13 mesi circa con un richiamo a 5 anni. Infine la profilassi per il meningococco C a circa 14 mesi con un richiamo entro i 18 anni. Quindi niente iscrizione al nido o all'asilo senza profilassi e pesanti sanzioni lungo tutto l'obbligo scolastico da 6 a 16 per le famiglie dei bambini non vaccinati. Ma non da quest'anno. Per la scuola poi basterà dimostrare di essere in lista d'attesa per la vaccinazione pere frequentare senza problemi. Sanzioni che non scatteranno mai in modo automaDopo rifiuti ripetuti multe fino a 7.500 euro e denuncia al tribunale tico. La scuola verificherà l'avvenuta vaccinazione. In caso di mancata profilassi il dirigente scolastico segnalerà alla Asl il bambino scoperto e la struttura sanitaria convocherà i genitori per sottoporlo all'immunizzazione. Solo in caso di riEMEf I casi di morbillo ancora in aumento. E l'89°/° dei malati non era vaccinato dopo un ripetuto diniego scatteranno prima le multe previste da 500 a 7.500 euro e solo come extrema ratio la segnalazione dal Tribunale dei Minori con l'eventuale sospensione della patria potestà. «Eravamo preoccupati soprattutto per la tempistica -spiega l'assessore lombardo al Welfare, Giulio Gallera (FI)- Non sarebbe stato possibile consegnare a migliaia di persone i certificati vaccinali entro i primi di settembre e si sar

IL MEDICO DI MEDICINA GENERALE  E LE VISITE DOMICILIARI

 

La visita domiciliare in regime di convenzione è subordinata alla sola condizione della intrasportabilità del paziente.

Nell’attività del Medico di Medicina Generale (MMG) è frequente la richiesta di visite domiciliari spesso richieste per casi non urgenti o differibili oppure per difficoltà del paziente che esulano dal suo stato di salute.

Altrettanto frequente è la minaccia, esplicita o tacita, del paziente di denunciare il MMG per omissione di soccorso se questi non si reca tempestivamente al proprio domicilio.

Pertanto, prima di affrontare il problema della visita domiciliare va chiarito un clamoroso falso storico sulla qualifica giuridica dell’omissione di soccorso.

Il reato di omissione di soccorso previsto dall’art. 593 del codice penale prevede che: “Chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni dieci, o un'altra persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne immediato avviso all'autorità è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 2.500 euro. Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l'assistenza occorrente o di darne immediato avviso all'autorità.
Se da siffatta condotta del colpevole deriva una lesione personale, la pena è aumentata ; se ne deriva la morte, la pena è raddoppiata
”.

Innanzitutto la disposizione penale riguarda qualsiasi persona, infatti la norma utilizza il termine “chiunque”, e, non solo il medico.

In giurisprudenza il termine “trovare” non significa soltanto imbattersi, rinvenire, ma comprende il caso che la persona la quale versi in pericolo sia stata portata alla presenza di chi abbia la possibilità di prestare assistenza.

Non si può realizzare il reato al di fuori della presenza della persona che ne ha bisogno, pertanto, il medico che chiamato a prestare la sua opera non si presenti sicuramente non può rispondere del reato in questione.

Le visite ambulatoriali e domiciliari, sono disciplinate dall’art. 47 dell’Accordo Collettivo nazionale del 2005 (ACN) il quale prevede: “l'attività medica viene prestata nello studio del medico o a domicilio, avuto riguardo alla non trasferibilità dell'ammalato. La visita domiciliare deve essere eseguita di norma nel corso della stessa giornata, ove la  richiesta pervenga entro le ore dieci; ove invece, la richiesta pervenga dopo le ore dieci, la  visita dovrà essere effettuata entro le ore dodici del giorno successivo”.

Da questa disposizione contrattuale ne discende che la visita domiciliare in regime di convenzione è subordinata alla sola condizione della intrasportabilità del paziente.

L’unico discrimine previsto dal primo comma dell’art. 47,  è quello della non trasferibilità dell’ammalato.

Sul piano semantico aggettivi come non trasferibile, non trasportabile, inseriti in un certo contesto documentale non possono che avere riguardo alle condizioni di salute della persona con esclusione di altri dati come quelli attinenti a situazioni ambientali, disponibilità di mezzi, distanza dall’ambilatorio medico, condizioni climatiche…..

Quindi per la visita domiciliare risulta obbligatorio il riferimento alle sole comuni nozioni di scienza medica, alle quali si uniforma il MMG che quella valutazione è chiamato a compiere.

Il medico può servirsi con la dovuta cautela delle informazioni che sovente gli vengono date, a distanza, spesso telefonicamente, prima della visita, per stabilire, la necessità, il tempo e il luogo dell’esame diretto del paziente.

A confermare questa tesi è stata la Corte di Cassazione Penale con la sentenza n.41646/2001.

Il fatto riguardava un MMG, che chiamato al domicilio di un suo assistito, dopo aver compiuto la visita aveva preteso il pagamento di una somma di denaro per la prestazione.

Rinviato a giudizio ai sensi dell’art. 318 del codice penale per “corruzione per un atto d’ufficio”, ha basato tutta la sua difesa, sul concetto di trasportabilità e/o intrasportabilità del paziente.

In questo caso occorre tenere presente due norme giuridiche una penale che prevede la fattispecie dell’art. 318 cp (corruzione per un atto d’ufficio) e l’altra di natura contrattuale o regolamentare inserita nell’Accordo Collettivo Nazionale  che recepisce la convenzione dei MMG.

L’art. 318 cp testualmente recita: “Il pubblico ufficiale, che per compiere un atto del suo ufficio, riceve, per sé o per un terzo, denaro od altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Se il pubblico ufficiale riceve la retribuzione per un atto d’ufficio da lui già compiuto, la pena è della reclusione fino a un anno”.

La norma di carattere regolamentare è invece contenuta nell’art 33 dell’ Accordo Collettivo Nazionale per la disciplina dei rapporti con i Medici di Medicina Generale  oggi sostituito con l’art. 47, prima citato, dell’A.C.N.  del 2005, che è rimasto di identico contenuto.

Affinché un comportamento del MMG - in questo caso la richiesta di denaro  per la visita domiciliare - possa quindi integrare gli estremi del reato di cui all’art. 318 codice penale è necessario che il medico pretenda la somma indebitamente e non si realizzi la situazione che la visita domiciliare sia una prestazione coperta dalla convenzione.

Nel caso analizzato dalla Corte di Cassazione Penale è evidente che la questione ruota intorno alla trasferibilità o meno del paziente.

La trasportabilità, ha notato la Corte, non viene dettagliata in alcun protocollo di carattere clinico o professionale e non può comunque che riferirsi alla persona del paziente “con esclusione di altri dati come quelli attinenti a situazioni ambientali, disponibilità di mezzi e quanti altri eventualmente valutabili a diversi fini, risulta obbligatorio il riferimento alle sole comuni nozioni di scienza medica”.

Quindi il medico ha come riferimento solo la situazione clinica del paziente e del suo stato soggettivo quale lo “stadio di evoluzione della malattia ovvero dal trauma sofferto, ma anche da fattori complementari come età e condizioni generali della persona, tale che il solo fatto dello spostamento, sia pure con opportune

cautele e con l’ausilio di familiari o di altri e con l’uso dei normali mezzi di trasporto, possa con rilevante probabilità causare gravi rischi per la salute o creare condizioni di vita particolarmente penose”.

Il concetto di trasportabilità, ha precisato la Corte, non si identifica con quello di urgenza, neppure con quello di emergenza e nemmeno con quello di  non consigliabilità o di non opportunità.

Allo stato quindi il giudizio sulla trasportabilità non può essere altro che posto dopo che il medico ha visitato il paziente con il duplice vantaggio di evitare ogni mercanteggiamento sulla salute dell’assistito e di formulare un giudizio che non sia solo basato su quanto riferito dall’utente o dai suoi familiari, ma un giudizio clinico sull’effettivo stato di salute rilevato.

Nell’Accordo Collettivo che disciplina il rapporto con il pediatra di libera scelta, rispetto a quello del MMG, la norma è più precisa “la visita domiciliare, qualora ritenuta necessaria, secondo la valutazione del pediatra, avuto riguardo alla non trasportabilità dell’ammalato…”.

Rispetto alla convenzione dei MMG quella del Pediatra sembra lasciare una completa discrezionalità al pediatra.

In conclusione il MMG, per quanto stabilito dall’art. 47 dell’A.C.N. di Medicina Generale, in caso di richiesta di visita domiciliare ha due possibilità: quella di valutare dalle informazioni ricevute la trasportabilità del paziente e quindi ritenere di non effettuare la visita, oppure, nell’incertezza o nella scarsa chiarezza delle informazioni ricevute, procedere ad eseguire la visita medica domiciliare tranne poi esigere la parcella nel caso il paziente risultasse trasportabile.

Riassunto

Il medico di base può farsi retribuire le visite che effettua a domicilio, specialmente quando la visita si riveli non indispensabile. Non commette, infatti, reato il medico di famiglia che, su richiesta del paziente, non in condizioni  gravi da non poter essere trasportato presso il suo studio, si rechi nell'abitazione per visitarlo e richieda la parcella.

Lo ha stabilito la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione annullando, "perché il fatto non sussiste", la sentenza di condanna per corruzione inflitta dal Tribunale di Milano ad un medico di base che, dopo essere stato sollecitato dalla madre di una giovane paziente affetta da febbre alta, si era recato a casa per effettuare la visita, chiedendone  il pagamento. Secondo la Suprema Corte si tratta di una visita a carattere ''privatistico'' che non rientra nell'ambito delle prestazioni in regime di convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale.



 

Siaip: intolleranze alimentari, sono troppi i test-bufala

Redazione DottNet | 06/05/2017 08:04

Il documento della Società fa chiarezza su metodi e diagnosi

"Troppe le prove farlocche sulle intolleranze alimentari". Il proliferare di test privi di fondamento scientifico, come il Dria, quello di neutralizzazione, la kinesiologia applicata, la biorisonanza, l'analisi del capello, l'iridologia, ha spinto la Siaip a produrre un documento in cui si fa chiarezza sulle diagnosi di intolleranza e allergia alimentare. Dell'argomento si è parlato al Congresso della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica a Firenze.

"Allergie e intolleranze alimentari sembrano essere diventate frequentissime negli ultimi anni, ma nella maggioranza dei casi il fenomeno è legato a diagnosi non corrette", ha sottolineato Mauro Calvani, coordinatore della Commissione Allergia Alimentare della Società. "I veri allergici tra i bambini non superano il 5-10%", ha spiegato. Alla diagnosi si può arrivare, è stato chiarito, solo dopo un corretto iter diagnostico che prevede, tra gli altri, l'eliminazione temporanea e la reintroduzione dell'alimento sospettato e l'utilizzo di test ben standardizzati e di basso costo. Ad esempio gli Skin Prick Test, il dosaggio delle IgE specifiche per gli alimenti e degli anticorpi per il glutine, il breath test per il lattosio, e se necessario esami più complessi come l'esecuzione di una biopsia intestinale.

 

Tratti somatici: quelli più tramandati sono punta del naso, zigomi e angolo degli occhi

MEDICINA 

Apr 21,2017 0 Comments

Lo sapevate che ci sono alcuni tratti somatici che si tramandano di padre in figlio più frequentemente di altri? Per la precisione sono la fossetta sottonasale (o prolabio), ovvero la zona sopra le labbra, la zona sotto il labbro inferiore, la punta del naso, gli zigomi e l’angolo interno degli occhi. A rivelarlo è uno studio pubblicato su Scientific Reports e condotto da Giovanni Montana del King’s College di Londra, che ha esaminato modelli in 3D dei volti di quasi 1.000 gemelle identiche (omozigoti con il DNA identico al 100%) e non (eterozigoti, con DNA identico per il 50% come due fratelli non gemelli).

Tante volte di un bambino si dice che “è tutto sputato” il papà o la mamma. In realtà però non tutta la fisionomia del viso è modellata strettamente dal DNA, ma solo alcuni tratti specifici. Anche i gemelli identici hanno delle differenze sul viso, anche se difficilmente percepibili, proprio perché sono dominanti i tratti ereditari, uguali per i due gemelli.

Usando un software ad hoc lo scienziato ha tracciato mappe dell’ereditarietà dei vari tratti del volto e tracciato le parti più fortemente stabilite dai geni e quindi che si tramandano di padre in figlio, identificando anche i geni responsabili di modellare quei tratti stessi. emerso quindi che tratti specifici del volto quali la fossetta sottonasale, la zona sotto il labbro inferiore, la punta del naso, gli zigomi e l’angolo interno degli occhi sono trasferiti dai genitori ai figli mediante i geni.

Le mappe possono essere utili per studiare i geni che danno forma al viso (ed eventuali anomalie del viso legate a difetti genetici) e nostrano che anche i gemelli cosiddetti identici possono variare molto in quanto a caratteristiche del viso ma poiche’ le aree chiave sono controllate dai geni noi li percepiamo come se fossero identici

 

 

La vista del cibo scatena l’appetito?

21 aprile, 2017 nessun commento


Ebbene sì, mangiare con gli occhi è possibile. Il segreto è in un meccanismo del cervello che collega direttamente la vista del cibo all’appetito e che è stato osservato in azione nei pesci zebra. Pubblicata su Nature Communications, la scoperta si deve ad un gruppo di ricercatori giapponesi dell’Istituto Nazionale di Genetica (Nig) guidati da Akira Muto. Da qui si potrà partire per capire il modo in cui il cervello controlla l’appetito e potrebbe aiutare a comprendere anche i disturbi alimentari.

”Negli animali vertebrati – ha precisato Muto – il comportamento alimentare è regolato da un’area del cervello chiamata ipotalamo, che funziona come una centralina che controlla ed elabora le informazioni sui bisogni energetici dell’organismo e quelle sulla disponibilità di cibo”. I pesci zebra, come gli esseri umani, ha aggiunto, ”utilizzano principalmente la vista per riconoscere il cibo e sappiamo che l’ipotalamo riceve le informazioni visive sulle prede”.

Tuttavia, finora non era chiaro come le informazioni visive sulle prede fossero trasmesse al centro dell’appetito dell’ipotalamo. Grazie alle tecniche che usano la luce per attivare le singole cellule del cervello, i ricercatori hanno osservato in tempo reale l’attività delle cellule nervose nelle larve del pesce zebra. E’ stato così possibile dimostrare che la vista delle prede attiva la centralina dell’appetito dell’ipotalamo.

Di conseguenza esiste un circuito nervoso che collega direttamente la vista del cibo a questa centralina. ”Lo studio dimostra – ha osservato Muto – che la percezione visiva del cibo e’ legata al comportamento alimentare. Questo è un passo importante per capire come viene regolato l’appetito, sia in condizioni normali, sia nei disturbi alimentari”.

 

 

Rinite + ibuprofene = infarto cardiaco?

21. marzo 2017

Le malattie da raffreddamento e l'assunzione di antireumatici non steroidei (FANS) sono tra i fattori che aumentano il rischio d’infarto cardiaco, che può aumentare persino di 7,2 volte se i FANS vengono assunti durante un'infezione del tratto respiratorio.

Soprattutto nei mesi invernali molti soffrono di infezioni simil-influenzali con sintomi da raffreddamento. Per alleviare i dolori articolari e l’affaticamento generale molte persone assumono antireumatici non steroidei (FANS), o ricevono questi farmaci su prescrizione del proprio medico di famiglia. Sono diffusi ibuprofene e diclofenac. Tuttavia, questi agenti possono avere conseguenze fatali, come ha evidenziato un recente studio pubblicato sul Journal of Infectious Diseases. Per quanto riguarda il trattamento delle infezioni respiratorie con FANS, i pazienti e i medici che li prescrivono dovrebbero prestare attenzione in futuro, in quanto questi agenti possono moltiplacare il rischio d’infarto cardiaco in questo contesto terapeutico.

Esaminato per la prima volta: effetto cumulativo di FANS e malattie da raffreddamento

In uno studio osservazionale, gli scienziati hanno analizzato i dati del programma sanitario di Taiwan nel corso di un periodo di sette anni (2005-2011). Le serie di dati includevano anche informazioni su 9.793 pazienti che erano stati ricoverati in ospedale a causa di un infarto cardiaco. L’obiettivo dell’analisi dei dati era scoprire se due potenziali fattori di rischio per un infarto cardiaco – una malattia respiratoria acuta e l’utilizzo di FANS – avessero un effetto combinato in termini di rischio d’infarto miocardico.

In caso di automedicazione: rischio di infarto 3,4 volte maggiore

Gli scienziati hanno determinato il normale rischio di ogni paziente di subire un attacco cardiaco e lo hanno confrontato con quello nei periodi di malattia respiratoria acuta e durante l’uso di FANS. Se i due fattori di rischio erano presenti, il rischio d’infarto cardiaco aumentava significativamente. L’assunzione di questi antidolorifici durante una malattia respiratoria acuta era associato a un aumento del rischio d’infarto cardiaco di 3,4 volte maggiore. La somministrazione parenterale di FANS in ospedale aumentava il rischio di ben 7,2 volte rispetto ai periodi in cui nessuno dei due fattori di rischio era presente.

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Il direttore dello studio Cheng-Chung Fang della clinuca universitaria nazionale di Taiwan, credito: National Taiwan University

Durante una malattia da raffreddamento acuta, ma senza l’assunzione di FANS, il rischio di attacco cardiaco dei pazienti aumentava di 2,7 volte, durante l’assunzione di FANS senza malattia respiratoria acuta di 1,5 volte. Studi precedenti avevano già collegato le infezioni respiratorie e una certa selezione di FANS all’aumento del rischio d’infarto miocardico, tuttavia finora i due fattori di rischio non erano stati analizzati insieme.

 

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Infarto miocardico della punta della parete anteriore (2) dopo la chiusura (1) del ramo discendente anteriore (LAD) dell’arteria coronarica sinistra (LCA), diagramma schematico. Credito: CC BY-SA 3.0

Meglio non assumere FANS durante un raffreddore

“I medici dovrebbero tenere a mente che una terapia con FANS durante un raffreddore acuto aumenta il rischio d’infarto cardiaco”, avverte l’autore dello studio Cheng-Chung Fang dalla clinica universitaria nazionale di Taiwan. In alternativa, suggerisce il paracetamolo, sebbene questa sostanza non sia stata testata nello studio.

Come processi responsabili gli scienziati sospettano la biosintesi di citochine proinfiammatorie e protrombotiche durante una malattia da raffreddamento. Questa favorisce l’accumulo di macrofagi nelle lesioni arteriose. “Inoltre, le infezioni respiratorie acute innescano processi sistemici di coagulazione e indurimento che possono portare alla trombosi”, scrivono i ricercatori diretti da Fang.

Sebbene i FANS agiscano effettivamente come anti-infiammatori, l’inibizione della cicloossigenasi riduce la concentrazione della prostaglandina I2 antitrombotica e aumenta la nuova formazione di leucotrieni, con conseguente aggregazione delle piastrine e vasocostrizione. I FANS possono anche aumentare la pressione sanguigna e causare occlusione vascolare attraverso variazioni dell’equilibrio di sodio e acqua. “L’assunzione di FANS durante un’infezione respiratoria acuta favorisce l’insorgenza di infarto cardiaco in modo meccanicistico”, dichiara Fang.

Il rischio persiste per anni

Come in altri studi epidemiologici retrospettivi, anche in questo caso non è stata motivata una relazione causale dei fenomeni osservati. Tuttavia, i risultati si allineano alle recenti scoperte sui rischi cardiovascolari dei FANS. Uno studio del 2012 aveva studiato l’effetto dei FANS nei pazienti che avevano già subito un attacco cardiaco. Di conseguenza, l’uso di FANS nel primo anno dopo un attacco cardiaco è associato all’aumento del rischio di decesso del 59 per cento. Rispetto ai pazienti che non avevano assunto FANS, il rischio di un nuovo infarto cardiaco aumentava del 30 per cento.

Anche negli anni successivi, il rischio cardiovascolare non scendeva. Cinque anni dopo l’infarto, l’assunzione di FANS aumentava ancora il rischio di decesso del 63 per cento e il rischio d’infarto del 41 per cento, laddove il nuovo infarto si verificava meno frequentemente con l’aumento della distanza temporale dal primo.

Già da luglio 2015 la FDA avverte di infarti cardiaci associati all’uso di FANS. Nello stesso anno, anche l’EMA ha emesso un avvertimento per tutti i pazienti con alte dosi di ibuprofene. Il rischio equivale a quello di COX-2 inibitori e diclofenac. Nelle malattie respiratorie acute i medici dovrebbero soppesare attentamente con i pazienti se l’assunzione di FANS sia effettivamente necessaria.

Fonti:

Acute Respiratory Infection and Use of Nonsteroidal Anti-Inflammatory Drugs on Risk of Acute Myocardial Infarction: A Nationwide Case-Crossover Study

Long-Term Cardiovascular Risk of NSAID Use According to Time Passed After First-Time Myocardial Infarction: A Nationwide Cohort Study

 

 

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