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Cortisone: ecco qual è l’orario migliore in cui assumerlo per limitare gli effetti collaterali

niente cortisonici alla sera

Pubblicato il 12/12/2017
Cortisone: ecco qual è l’orario migliore in cui assumerlo per limitare gli effetti collaterali | Pazienti.it

L’orario in cui si assumono i farmaci è molto importante. Soprattutto quando si tratta di cortisone. È uno studio italiano a sostenerlo: assumere il cortisone a un orario preciso, infatti, potrebbe limitarne gli effetti collaterali. Vediamo perché.

Cortisone: a che ora assumerlo

La studio arriva dall’Università la Sapienza di Roma e dalla Federico II di Napoli, ed è stato recentemente pubblicato sulla rivista Lancet Diabetes and Endocrinology.

La ricerca ha coinvolto 110 individui affetti da insufficienza surrenalica, dimostrando che cambiando il timing della somministrazione di cortisonici, grazie a una formulazione più rispettosa della criobiologia della secrezione dell’ormone cortisolo, si riducono gli effetti collaterali. In particolare, rispettando un orario preciso si migliora il peso corporeo, il metabolismo degli zuccheri e il numero di infezioni virali. E soprattutto, si migliora la qualità di vita dei pazienti.

I risultati sono molto incoraggianti sia per chi soffre di insufficienza surrenalica sia per coloro che assumono cortisonici ogni giorno, come i pazienti oncologici o chi soffre di bronchite cronica. Anche chi è affetto da malattie reumatiche può trattare beneficio da questo studio.

È il dr. Andrea Lenzi, firma autorevole dello studio, a spiegarci il perché. «Ogni cellula del nostro organismo dispone di un proprio orologio interno» e, per far sì che queste funzionino al meglio, «serve qualcosa che sincronizzi tutti questi milioni di orologi fornendo un orario unico». Ebbene, sono proprio i cortisonici uno dei principali meccanismi di sincronizzazione dell’organismo, che si calibrano in base al ciclo sonno-veglia e luce-ombra. «Se noi li somministriamo all’orario sbagliato – continua Lenzi – è come se inducessimo una specie di jet-lag nelle nostre cellule».

Sicuramente è necessario individualizzare il trattamento e coordinarlo con lo stile e le abitudini della persona che si deve sottoporre al trattamento. «Ma in linea di principio è possibile affermare dire che i cortisonici non vanno assunti la sera. Soprattutto non dobbiamo creare picchi multipli di cortisolo circolante durante la giornata».

«Un pietra miliare»

Insomma, per i cortisonici è tutta una questione di orario. Se vengono assunti in modo anti-circadiano, senza dunque rispettare il nostro orologio biologico, possono provocare effetti collaterali deleteri e inaspettati come facilitare, invece che ridurre, la flogosi cronica.

Anche dal nord d’Europa arrivano riscontri assolutamente positivi su questa ricerca made in Italy. Gudmundur Johansson, dell’Università di Goteborg in Svezia, ha infatti scritto un editoriale di accompagnamento allo studio, dimostrandosi entusiasta.

«Già diversi studi avevano mostrato come i glucocorticosteroidi producessero effetti avversi in uno stato di disordine del ritmo circadiano – ha scritto – Nello studio DREAM gli autori hanno osservato gli effetti del cortisolo in pazienti con insufficenza primaria e secondaria, rilevandone anche il ruolo nella risposta immunitaria. Si potrebbe obiettare che lo studio è stato condotto su una popolazione eterogenea di pazienti, ma è proprio l’eterogeneità la forza di questo lavoro, perché dà ulteriore valore ai dati raccolti in due tipi diversi di insufficienza renale. DREAM è dunque un pietra miliare per lo studio della sostituzione ormonale nei pazienti con insufficienza renale e per l’importanza del rapporto tra ritmo circadiano e cortisolo”.

Insomma, niente cortisonici alla sera. E addio (per quanto possibile!) effetti collaterali.

14/11/2017

Italiani alle prese con l’influenza: ecco come difendersi

italiani alle prese con l influenza ecco come difendersi
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Massimo Canorro
SCRITTO DA:
MASSIMO CANORRO
Giornalista & web content editor

“Per la prossima stagione sono previsti dai 4 ai 5 milioni di casi di influenza oltre agli 8/10 milioni di sindromi provocate da altri virus respiratori: un’epidemia, quindi, di media entità. Avremo un solo nuovo virus in circolazione – il H1N1 pdm 09 (A/Michigan/45/2015) – una variante similare ai virus dell’anno scorso”. Parole del professor Fabrizio Pregliasco, virologo e ricercatore del Dipartimento di scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano e Direttore sanitario IRCCS Galeazzi di Milano.

Riprende: “Tanto dipenderà anche dal meteo: se questo inverno dovesse essere più lungo e freddo sicuramente si avranno molti più pazienti influenzati. Se, al contrario, l’inverno fosse più mite, saranno invece i virus cosiddetti cugini dell’influenza, denominati virus parainfluenzali, ad essere avvantaggiati”.

Tutto quello che c’è da sapere sull’influenza

Che cosa si intende con il termine di “influenza”? Quali sono i sintomi che ci fanno comprendere se si tratta di reale influenza oppure, al contrario, di sindromi parainfluenzali o di infezioni respiratorie? Cosa occorre sapere sul vaccino? Sono tutti interrogativi ai quali occorre rispondere e, in tal senso, un aiuto importante arriva da un’indagine di Assosalute - Associazione nazionale farmaci di automedicazione in merito al comportamento degli italiani nel prevenire e affrontare l’influenza. Ma procediamo con ordine.

Il termine “influenza” include, di prassi, una miriade di forme infettive causate da numerosi virus, che solitamente circolano nell’arco di quattro mesi (da dicembre a marzo). Precisamente, si può parlare di “vera influenza” soltanto quando si verificano, in contemporanea, tre condizioni: febbre elevata a insorgenza brusca, sintomi sistemici (dolori muscolari/articolari), sintomi respiratori (tosse, naso che cola, congestione/secrezione nasale oppure mal di gola).

In tutti gli altri casi si parla delle già citate sindromi parainfluenzali (o infezioni respiratorie), che hanno nel raffreddore lo “sfogo” più comune (naso otturato e starnuti frequenti sono i sintomi principali del raffreddore).

I risultati dell’indagine di Assosalute

Dallo studio condotto è emerso che nel nostro Paese una buona fetta di popolazione, circa il 15% non fa nulla per evitare di ammalarsi; il resto, invece, tenta di prevenire il contagio attraverso comportamenti di buon senso: coprirsi nel migliore dei modi (55,1%), evitare gli sbalzi di temperatura (50,8%) e lavarsi di frequente le mani (40,8%) rappresentano le misure preventive più diffuse contro l’influenza.

Nel momento in cui ci sia ammala i farmaci senza obbligo di ricetta, di automedicazione risultano essere il rimedio al quale si ricorre di più (57%) in caso di sintomi influenzali e da raffreddamento. Rimangono validi anche i tradizionali rimedi della nonna (spremute, brodo caldo, latte con miele) a cui si affidano quasi il 42% degli intervistati. E ancora, il 22,5%, degli interpellati dichiara di ricorrere agli antibiotici.

In caso di malesseri influenzali, il medico di famiglia resta un riferimento importante al quale si rivolge il 50% della popolazione. Nel 40,5% dei casi, invece, si fa leva solo sulla propria esperienza (curandosi con farmaci da banco), mentre il 21% della popolazione (in particolar modo le donne) si affida ai consigli del farmacista. E ancora, le persone più mature sono anche le più consapevoli delle complicanze dell’influenza e del valore del vaccino antinfluenzale: il 45% degli over 65 ammette di fare il vaccino tutti gli anni (contro il 14% del dato medio).

L’importanza del vaccino antinfluenzale

Il vaccino rappresenta un’opportunità fondamentale e, in alcuni casi, un vero e proprio salvavita per i soggetti a rischio (i malati con patologie cardiache e respiratorie di qualsiasi età). Allo stesso tempo il vaccino è, per tutti, un’opportunità di riduzione dell’assenteismo scuola/lavoro e del rischio di contagiare soggetti fragili all’interno del nucleo familiare. Ciò detto, il vaccino non protegge da tutte le forme non dovute a virus influenzali. Meglio: la possibilità di prendere l’influenza non è eliminata ma, in caso di malattia, i sintomi risulterebbero meno invasivi.

Come comportarsi in caso di contagio influenzale? Il suggerimento è quello di riposare e ricorrere a farmaci di automedicazione. In merito alla prevenzione, invece, è bene mantenere un’alimentazione ricca di frutta e verdura fresche, vestirsi a “cipolla” ed evitare – laddove possibile – i luoghi più affollati e umidi (palestre, cinema, teatri e metropolitane su tutti), che possono essere un covo di virus influenzali.

Per approfondire guarda anche: “Influenza, al via la campagna di vaccinazione 2017-18”

LEGGI ANCHE:
Dalle radici dell'echinacea si ottengono degli estratti importanti per la prevenzione e la cura delle malattie da raffreddamento. Ecco come si usa.
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Massimo Canorro
SCRITTO DA:
MASSIMO CANORRO
Giornalista & web content editor

 

 

 

Esperti Gb, per molti pazienti serve riposo non l'antibiotico

Farmaci | Redazione DottNet | 25/10/2017 11:07

Fino a 1/5 delle prescrizioni di questo farmaco non sono necessarie

Non l'antibiotico, ma casa e riposo: e' questa la 'ricetta' che i medici dovrebbero scrivere a molti pazienti. Circa un quinto delle prescrizioni di questi farmaci non sono infatti necessarie, trattandosi di malattie che migliorano da sole. Lo dicono gli esperti di Public Health England (Phe), agenzia del ministero della Salute inglese, come segnala la Bbc.    L'abuso di antibiotici rende le infezioni più difficili da trattare, creando dei batteri resistenti a molti farmaci. Si stima infatti che 4 casi su 10 di infezione nel sangue da Escherichia coli non si possa trattare con gli antibiotici di prima scelta, e che entro il 2050 le infezioni resistenti nel mondo mieteranno più vittime di quante ne faccia il cancro ora.  

Gli antibiotici sono essenziali nei casi di sepsi, polmonite, meningiti batteriche e altre gravi infezioni, mentre non lo sono per altre malattie. Tosse o bronchite per esempio passano da sole in tre settimane, e l'antibiotico può 'accorciarne' la durata solo di 1-2 giorni, dicono gli esperti inglesi. "La maggior parte di noi guarisce dalle infezioni di volta in volta grazie al proprio sistema immunitario. Spesso gli antibiotici non sono necessari per disturbi comuni", sottolinea Paul Cosford,direttore medico di Phe. I pazienti non dovrebbero quindi andare dal medico aspettandosi che gli venga prescritto l'antibiotico. L'indicazione che dovrebbero ricevere, per infezioni che il nostro organismo può gestire da solo, è di "riposare, bere molti liquidi e usare farmaci per far passare dolore e fastidi, come il paracetamolo. Un medico è in grado di dire quando l'antibiotico è davvero necessario", conclude.

 

Sembra influenza, ma non lo è

Piogge e sbalzi termici hanno complicato il rientro dalle vacanze con il manifestarsi di episodi simil-influenzali, bronchiti e forme asmatiche. Malgrado le precipitazioni di questi giorni, infatti, le concentrazioni nell'aria di alcuni pollini (graminacee, ambrosia e composite) rimangono a livelli medi. Gli improvvisi cambiamenti di temperatura sono poi un altro fattore che scatena reazioni asmatiche nei soggetti predisposti. Ma più in generale il clima capriccioso ha favorito il diffondersi in città di forme virali simil- influenzali, che interessano le alte vie respiratorie con conseguenti episodi di faringo-tracheite e bronchite. La tosse la fa da padrona, secca, stizzosa o produttiva (con catarro) persiste per giorni. Talvolta si possono avere febbri alte che accompagnano le forme più aggressive, che nei pazienti più fragili necessitano della valutazione medica.

EVITATE ANTIBIOTICI E TERAPIE FAI DA TE:   


Le notizie del 14/09/2017

 

Stress da rientro dalle vacanze: come sconfiggerlo in 10 mosse

stress da rientro dalle vacanze come sconfiggerlo in 10 mosse
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massimo canorro defMassimo Canorro Giornalista & web content editor

La fine delle vacanze estive è un momento spesso complicato da gestire, non soltanto per i più piccoli che passano dai tuffi in acqua a quelli, meno allettanti, tra i libri scolastici. A ferie finite, i benefici ottenuti in vacanza possono essere un lontano ricordo. Per molte persone, infatti, riprendere i ritmi lavorativi e tornare alla routine dopo le ferie è fonte di ansia e preoccupazione. Si parla, in questi casi, di stress da rientro, un disturbo che colpisce milioni di italiani alle prese con il ritorno alla quotidianità.

Come si presenta la sindrome da rientro

La sindrome da rientro è caratterizzata da diversi sintomi: insonnia, nervosismo, ansia, stanchezza e, nei casi più gravi, leggera depressione.

Spesso, al rientro in città dopo le vacanze, ci si sente fisicamente appesantiti, incapaci di concentrarsi, psicologicamente non pronti, schiacciati dal senso del dovere e dalle responsabilità. E l’età, in questi casi, non conta.

Stress da rientro: i consigli per affrontare al meglio il ritorno alla normalità

Come gestire lo stress da rientro? Seguendo alcuni consigli utili, tornare ai propri ritmi abituali sarà più facile: si potrà ridurre il carico di stress e affrontare con più energie le giornate lavorative.

Di frequente ci si dimentica che, per fortuna, esiste un vero e proprio periodo di transizione tra le vacanze e il ritorno alla quotidianità. Ed è proprio su questo lasso di tempo che bisogna investire le proprie energie, complice una buona forza di volontà, per non farsi trovare impreparati e vivere il ritorno a casa con più leggerezza.

Per approfondire guarda anche: “Insonnia”

LEGGI ANCHE:
Moda o vera panacea, la Mindfulness aiuta a tenere lontani stress e pensieri negativi. Il segreto? Prestare attenzione al presente.
30/08/2017
30/08/2017
PsicologiaEstateSalute sul lavoro

 

Focus/ Igiene intima in vacanza. Prevenire infezioni e fastidi in dieci mosse

28 luglio, 2017 nessun commento

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Se da una parte l’estate per i più è sinonimo di divertimento e “risveglio” dei sensi addormentati, tra caldo, umidità, mare, viaggi e bagni pubblici, le ferie possono anche mettere a dura prova il benessere delle parti intime. A redigere il decalogo per una corretta igiene intima in vacanza è Augusto Enrico Semprini,ginecologo e immunologo riproduttivo.

Attenzione a dove ti siedi. In estate, complici indumenti corti come shorts e minigonne, è più facile entrare in contatto con superfici che ospitano batteri e funghi. Quindi attenzione a dove ci si siede. Utilizzare un asciugamano o un telo asciutto è una buona arma per prevenire eventuali fastidi, soprattutto se ci siede, ad esempio, al bar della spiaggia indossando solo il costume.

Rischio costume bagnato. L’umidità può favorire lo sviluppo di alcune infezioni. Quindi indumenti umidi, come il costume bagnato, possono favorire la macerazione dei tessuti e ridurre la capacità di difesa dalle infezioni. È buona pratica portare sempre un costume di ricambio e lavarlo con il sapone dopo il suo utilizzo.

Sos sabbia. La sabbia, soprattutto quella umida della battigia, può essere veicolo di infezioni genitali e delle vie urinarie. Meglio evitare il contatto diretto.

Sciacquarsi con acqua dolce dopo il bagno. Dopo il bagno in mare o in piscina è consigliabile sciacquarsi con acqua dolce per eliminare residui di sale, sabbia o cloro, potenziali veicoli di batteri. Dopo il risciacquo indossare un costume pulito e asciutto.

Mai senza il proprio asciugamano. Usare un asciugamano pulito e asciutto per sdraiarsi su lettini, sdraio, a bordo piscina o su altre superfici umide. È importante che l’utilizzo dell’asciugamano sia personale.

Rinfrescarsi dal sudore in viaggio. In viaggio le alte temperature estive causano spesso un eccesso di sudorazione, che può essere causa di proliferazione batterica. Prevedere delle soste in cui rinfrescarsi con l’aiuto di acqua o di specifiche salviettine detergenti.

Meglio la doccia delle vasche da bagno. Nei luoghi di villeggiatura spesso non è disponibile il bidet. È quindi preferibile per l’igiene intima quotidiana ricorrere alla doccia invece che alla vasca perché consente di evitare il contatto con superfici umide e potenzialmente veicoli di germi e batteri.

Sì alla biancheria di cotone. La scelta della biancheria è un passaggio importante, quando si prepara la valigia bisogna sempre prevedere un cambio quotidiano della biancheria intima. Prediligiamo quindi la biancheria in cotone evitando quella in tessuto sintetico.

No a indumenti troppo attillati. Viste le temperature molto elevate e le lunghe ore passate in viaggio è consigliabile evitare indumenti troppo aderenti, costrittivi o tessuti sintetici, che potrebbero causare eccessiva sudorazione, sfregamenti e irritazioni.

Ricordarsi di mettere in valigia un detergente delicato. È consigliabile non lasciare a casa il detergente intimo personale, senza dimenticare quando ci si imbarca su un aereo con il bagaglio a mano di metterlo in un contenitore che non superi i 100 millilitri.

 

Colpo di calore: come riconoscere i sintomi

colpo di calore come riconoscere i sintomi
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Medicina generale

Con l’avvicinarsi della stagione estiva le temperature aumentano, raggiungendo spesso limiti difficilmente tollerabili: sono i giorni e le ore in cui il termometro segna oltre 35°C, e se a queste cifre si unisce un’umidità elevata la sopportazione diventa veramente difficile.
Non è però solo un problema di tolleranza e di fastidio: sono purtroppo notizie non rare i decessi causati dal colpo di calore comune, soprattutto a carico di bambini e di anziani, per non parlare di cani (a titolo di esempio, nel 2015 in India, dove sono state raggiunte temperature ambientali di 47°C, in una sola settimana sono morte 1.500 persone a causa di colpo di calore).

Che cos’è il colpo di calore

Per chiarire di che cosa si tratti vediamo di spiegarlo in termini comprensibili. L’uomo non è un pesce, né un coccodrillo e neppure un rospo, ma un animale a sangue caldo, un essere vivente cioè che, al pari di uccelli e mammiferi, possiede una regolazione autonoma della temperatura corporea, dipendente da complessi meccanismi di neuroregolazione che, agendo sul calore prodotto e sul calore disperso, mantiene la temperatura dell’organismo in un range ristretto: 36.5±0.7°C.

I meccanismi con cui si attua questa omeostasi termica sono in parte automatici (sudorazione, respirazione) ed in parte volontari, questi ultimi rappresentati dallo spostarsi in ambienti a temperatura più adatta, mettere o togliere vestiti, aumentare o diminuire l’attività fisica che produce calore, aumentare o diminuire la quantità di cute esposta all’ambiente.

Quando la temperatura corporea interna supera i 37.2°C si parla di ipertermia e, mano a mano che la temperatura aumenta, l’organismo subisce danni sempre maggiori: gli enzimi vengono denaturati, le funzioni nei mitocondri alterate, le membrane cellulari destabilizzate e il metabolismo dipendente dall’ossigeno stravolto, con il risultato che, oltre una certa soglia, la morte è la conseguenza inevitabile.

Le condizioni che predispongono all’insorgenza di un’ipertermia sono molteplici, e possono essere suddivise in quattro grandi categorie:

  1. Fattori soggettivi: mancanza di acclimatazione passando ad ambienti con grosse differenze termiche, disidratazione, attività fisica esercitata senza opportuno allenamento, presenza di febbre da infezione, obesità (che causa una sproporzione tra superficie corporea e massa totale), affaticamento, eccesso di indumenti, età avanzata.
  2. Fattori dipendenti dall’ambiente: elevata temperatura ambientale, elevata umidità, assenza di vento.
  3. Fattori medici: alcolismo, lesioni neurologiche, malattie cardiovascolari, malattie della cute e delle ghiandole sudoripare, diabete mellito, tossicosi tiroidea, ipo-potassiemia, BPCO, patologie psichiatriche.
  4. Farmaci: amfetamine, anticolinergici, antidepressivi, antistaminici, antiparkinsoniani, barbiturici, β-bloccanti, diuretici, alcol etilico, allucinogeni, fenotiazine.

Quando una persona, tanto più se con fattori predisponenti, permane a lungo in un ambiente molto caldo e ad alta umidità (si pensi al bambino piccolo, vestito abbondantemente e dimenticato in auto in un giorno estivo, nelle ore meridiane) è facile che si instauri un colpo di calore, condizione patologica acuta dovuta ad alterazione dei meccanismi della termoregolazione o ad impossibilità da parte dei meccanismi stessi di compensare l’eccessiva temperatura ambientale.

Come si manifesta il colpo di calore

Le manifestazioni inizialmente consistono in vasodilatazione periferica, tachicardia, tachipnea e sudorazione abbondante. La perdita di acqua e sali con la sudorazione si accompagna a disturbi della cenestesi (malessere generale, cefalea, astenia, senso di prostrazione, perdita della volontà, nausea, vertigini, offuscamento della vista, crampi muscolari, vomito, cute arrossata e bagnata di sudore, bocca secca), fino alla fase conclamata, dovuta all’esaurimento dei meccanismi di compenso, favorito dalla mancanza di aerazione e dall’umidità ambientale.
Si instaura depressione del sistema nervoso centrale accompagnata da confusione, ipoidrosi (diminuzione della sudorazione per esaurimento delle ghiandole sudoripare), la cute da arrossata diventa pallida, la temperatura interna corporea supera i 41°C nelle forme acute, mentre spesso si riscontra ipotermia (dovuta ad esaurimento dei meccanismi neurologici di produzione del calore) e si generano gravi alterazioni fisiologiche e biochimiche: scompenso cardiaco, aritmie, edema cerebrale, ipotensione arteriosa, insufficienza renale acuta, sindrome da distress respiratorio, insufficienza epatica acuta, emorragie gastrointestinali, iper-potassiemia, emoconcentrazione, piastrinopenia, ipoglicemia, acidosi lattica, proteninuria.

Insomma, uno sconvolgimento totale del corpo che, come è facile comprendere, porta rapidamente al decesso.

I rimedi per il colpo di calore

Il trattamento del colpo di calore è basato innanzitutto sull’idratazione del paziente e sulla correzione della mancanza di sali dovuta alla sudorazione eccessiva: se cosciente, l’infortunato deve essere sollecitato a bere acqua fresca con sale (al massimo in una concentrazione dell’1%, per evitare che concentrazioni superiori causino vomito); in pratica 1 cucchiaino di sale da cucina in 1 litro di acqua fresca (ma non ghiacciata!). Se il paziente non è cosciente si effettua la somministrazione per via gastrica, rettale o endovenosa.
Ovviamente il soggetto deve essere posizionato in ambiente fresco e ventilato, trasferendolo immediatamente in reparti di terapia intensiva che possano mettere in atto i protocolli previsti per lo shock, onde prevenire l’insorgenza di un collasso cardiocircolatorio.

Ben diversa è la situazione del colpo di calore tropicale, condizione gravissima che si riscontra in Asia, Africa e Sud-America a causa di temperature ambientali elevatissime, umidità ambientale intensa e presenza di condizioni morbose nel soggetto, quali malattie epatiche o gastrointestinali. In pazienti affetti da insufficienza epatica o etilismo o malattie intestinali, comunque, il colpo di calore tropicale può avvenire anche alle nostre latitudini ed essere particolarmente grave, spesso mortale.
In questo caso, oltre alla terapia suddetta, si deve anche mettere in atto il raffreddamento corporeo mediante la messa in opera di un raffreddamento attivo, ottenibile con vari metodi: esposizione del paziente, che generalmente è in ipertemia, ad ambiente freddo, spugnature di acqua fresca, ventilazione continua, immersione in acqua fredda (22°C), impacchi di ghiaccio ascellari e perineali, infusione di soluzione fisiologica a temperatura ambiente, lavaggio gastrico con soluzione fisiologica fredda, fino ad arrivare al lavaggio peritoneale con soluzione fredda.

La prognosi del colpo di calore comune è generalmente favorevole, anche se nei primi anni di vita e negli anziani con patologie specie cardiache può diventare mortale, per l’instaurarsi di complicanze cardiologiche, renali e polmonari.

Come prevenire il colpo di calore

La prevenzione deve essere fatta intervenendo sui fattori modificabili: in presenza di ambiente surriscaldato o di un paziente con fattori predisponenti si deve evitare la permanenza prolungata a temperatura elevata e, se questo non è possibile, mettere in atto gli accorgimenti elencati prima:

Puntura di medusa: cosa fare?

puntura di medusa cosa fare
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massimo canorro defMassimo Canorro Giornalista & web content editor

 


L'uso prolungato dei farmaci anti gastrite aumenta il rischio morte

Gastroenterologia | Redazione DottNet | 06/07/2017 11:35

Studio sul BMJ analizza 350mila persone: usarli il meno possibile

L'uso a lungo termine di comuni farmaci anti gastrite è collegato ad un aumento del 25% del rischio di morte. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista scientifica British Medical Journal (BMJ) Open che ribadisce ai medici di limitarne le indicazioni per l'uso e la durata del trattamento.    Gli inibitori di pompa protonica sono una classe di farmaci progettati per inibire la secrezione dell'acido gastrico e sono comunemente prescritti per trattare bruciori di stomaco, ulcere e altri problemi gastrointestinali. Attraverso una banca dati nazionale statunitense relativa a più di 6 milioni di persone, i ricercatori hanno esaminato i dati disponibili per 349.312 persone che avevano assunto, tra il 2006 e il 2008, inibitori di pompa oppure un'altra classe di farmaci chiamata H2 antagonisti (utilizzati per bloccare l'azione dell'istamina sulla parete dello stomaco e diminuire così il rilascio di acido cloridrico).  

Ne è emerso che, rispetto all'uso di H2 antagonisti, l'uso degli inibitori è stato associato ad un aumento del rischio di morte del 25% per tutte le cause, e questa percentuale aumentava in chi li utilizzava per più tempo. I risultati si aggiungono a un crescente numero di prove che legano l'uso di questi farmaci ad una serie di problemi di salute, tra cui danno renale, frattura ossea e demenza. "La gente ha l'idea che siano molto sicuri perché sono prontamente disponibili, ma ci sono veri rischi nell'assumere questi farmaci, soprattutto per lunghi periodi", afferma l'autore principale Ziyad Al-Aly, della Washington University School of Medicine, St. Louis

 

fonte: ansa



 

 

 

Indumenti stretti, fumo e alcol, così declina fertilità uomo

Urologia | Redazione DottNet | 15/05/2017 17:34

Nati nel 1987, -25% di spermatozoi sani rispetto a quelli del 1979

Indumenti stretti, fumo, alcol, dieta sbagliata e sedentarietà. Anche a causa di queste cattive abitudini, nei giovani si riducono gli spermatozoi 'sani' e negli uomini di mezza età cala la quantità di testosterone. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, nei Paesi occidentali, il 15-20% delle coppie soffre di infertilità e nel 35-40% di questi casi dipende dall'uomo. "Tra i maschi nati nel 1979 e i nati nel 1987 il numero di spermatozoi morfologicamente normali si è ridotto del 25%, secondo uno studio di International Journal of Andrology", spiega Andrea Isidori, professore associato di Andrologia dell'Università la Sapienza e membro del direttivo della European Academy of Andrology.

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A testimoniare che qualcosa sta danneggiando la fertilità maschile, anche uno studio sul New England Research Institute che indica come i cinquantenni di oggi hanno livelli di testosterone minori del 10% dei cinquantenni di 30 anni fa, con conseguenze su ossa, muscoli e umore. Diverse le cause del trend di riduzione della fertilità maschile. "Alcol, fumo, sedentarietà e droghe - spiega l'esperto - sono responsabili di una riduzione fino al 10% del volume del testicolo tra i giovani, con conseguenze a lungo termine. Tra i rischi, oltre a malattie sessualmente trasmissibili come l'Hpv, anche l'obesità. Mentre una dieta sana riduce il rischio di avere alterazioni nel liquido seminale di circa il 15%". Pollice verso anche per indumenti intimi stretti o in fibre sintetiche non traspiranti, che innalzano la temperatura dei testicoli. "Indossando mutande strette tutte le notti, come dimostra uno studio su Human Reproduction - conclude - si registra una riduzione degli spermatozoi fin quasi l'azzeramento".

 

 

Pomodori: valida arma contro i tumori allo stomaco

Nutrizione | Redazione DottNet | 15/05/2017 10:37

Estratti interi, i San Marzano e i Corbarino hanno effetti protettivi

I pomodori sono uno dei capisaldi della dieta mediterranea. E se quest'ultima ha già vantato numerose proprietà benefiche sulla salute, sarebbero proprio i pomodori una delle nuove 'armi' nella lotta ai tumori, in particolare quello allo stomaco. A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Cellular Physiology che ha tra i suoi autori Daniela Barone e Letizia Cito, del gruppo di ricerca diretto da Antonio Giordano al Centro Ricerche Oncologiche Mercogliano (Crom) - Istituto Nazionale Tumori di Napoli.     Lo studio, in particolare, si è occupato di un tipo di tumore che è il quarto per diffusione al mondo.

I ricercatori hanno scoperto che gli estratti di due varietà di pomodoro tipiche del Sud Italia, in particolare il San Marzano e il Corbarino, sono in grado di inibire in laboratorio la crescita e le caratteristiche maligne delle cellule di questo cancro. Una scoperta, raccontano i ricercatori, "che apre la strada a studi futuri mirati ad identificare buone abitudini alimentari non solo come strategia di prevenzione antitumorale, ma anche come possibile sostegno alle terapie convenzionali".   

Lo sviluppo del cancro allo stomaco è associato sia a cause genetiche che ad infezioni del batterio Helicobacter pylori, tipico di patologie come gastrite e ulcera, ma anche ad abitudini alimentari errate, come l'eccessivo consumo di prodotti affumicati e salati. Gli autori dello studio hanno perciò voluto testare gli effetti di due varietà di pomodoro caratteristiche della Campania, per verificare come influissero sull'aggressività di questo tumore. Fino ad oggi, riportano gli scienziati, "le ricerche scientifiche avevano analizzato soprattutto singoli componenti noti per la loro capacità antiossidante, che permette di contrastare la crescita dei tumori, ma pochi studi hanno analizzato gli effetti dei pomodori nella loro interezza".

Per questo gli autori, in collaborazione con Barbara Nicolaus e Rocco De Prisco del Consiglio Nazionale di Ricerca (CNR) di Pozzuoli, si sono focalizzati sull'utilizzo di estratti interi di pomodoro. "I risultati mostrano che gli estratti di San Marzano e Corbarino sono stati in grado di inibire la crescita e la capacità di replicazione di tre varianti di cellule tumorali gastriche. Il trattamento con tutti gli estratti di pomodoro ha inoltre ostacolato la capacità delle cellule di migrare nell'organismo, ha bloccato la loro replicazione e ne ha anche indotto il 'suicidio' programmato", un processo noto come apoptosi.    I risultati dello studio, conclude Antonio Giordano, che è anche direttore dello Sbarro Institute for Molecular Medicine alla Temple University di Philadelphia, "suggeriscono un potenziale utilizzo di alimenti specifici non solo nell'ambito della prevenzione del cancro, ma anche come strategia di supporto alle terapie convenzionali".

 

 

Usa, troppo pericolosi i bastoncini alle orecchie

Otorinolaringoiatria | Redazione DottNet | 08/05/2017 13:49

Ogni giorno in ospedale 34 bambini per i danni provocati durante la pulizia

Ogni giorno negli Usa 34 bambini finiscono al pronto soccorso per i danni alle orecchie provocati dai bastoncini di cotone che si usano per pulirle. Lo afferma uno studio della Ohio State university pubblicato dal Journal of Pediatrics.     I ricercatori hanno analizzato i dati disponibili tra il 1990 e il 2010, stimando 263mila casi di arrivo in ospedale in soggetti di meno di 18 anni causati dai bastoncini, nel 40% dei casi tra zero e tre anni. La maggior parte degli incidenti, il 73%, è avvenuto secondo lo studio mentre venivano usati per pulire le orecchie, mentre nel 10% dei casi quando i bambini ci giocavano e nel 9% per cadute con i bastoncini nelle orecchie.     Inoltre nel 77% dei casi il bambino stava usando il bastoncino da solo, mentre nel 16% ad utilizzarlo era uno dei genitori. "I due errori principali che gli otorinolaringoiatri sentono sono che i canali uditivi vanno puliti a casa e che bisogna usare i bastoncini - afferma Kris Jatana, l'autore principale -, ma entrambe le affermazioni sono errate. Il canale uditivo normalmente si pulisce da solo. Usare i bastoncini non solo spinge il cerume più vicino al timpano, ma aumenta il rischio di causare danni, da piccoli a gravi, alle orecchie".

 

 

Warfarin ( COUMADIN ) e dosaggi personalizzati: alla ricerca di una compliance migliore

SANGUE & COAGULAZIONE

Giu 06,2017 0 Comments

Il warfarin rappresenta ancora l’anticoagulante orale maggiormente prescritto per la profilassi ed il trattamento degli eventi tromboembolici come ictus, attacchi cardiaci, embolie e trombosi venose profonde. Esso viene tipicamente somministrato quotidianamente sotto forma di sale sodico come compressa da 5 mg.

La molecola ha un ristretto indice terapeutico e, di conseguenza, il dosaggio deve essere personalizzato per ciascun paziente in base alla risposta in termini di tempi di coagulazione. Il warfarin pertanto rappresenta un esempio di farmaco la cui dose deve essere adattata alle necessità individuali che spesso sono in costante cambiamento, e costituisce un esempio caratteristico di medicina personalizzata.

E’ stato condotto uno studio con lo scopo di investigare la misura in cui la divisione manuale di una compressa di warfarin da parte del paziente rappresenti un problema in termini di accuratezza del dosaggio e per dimostrare che i possibili problemi derivanti da questa pratica possono essere superati dalla creazione di altre forme di dosaggio, come le capsule, a partire dal warfarin commercialmente disponibile.

I risultati dello studio evidenziano la grande disomogeneità e discrepanza dalle dosi target che si ottiene quanto le compresse di warfarin disponibili in commercio vengono divise manualmente in quattro parti. Ciò rappresenta una potenziale fonte di inefficacia dell’attività anticoagulante, con incremento del rischio di emorragie o eventi tromboembolici, e la soluzione proposta appare efficace ma allo stesso tempo semplice ed economica, specialmente considerando i costi dei possibili ricoveri collegati al fallimento della terapia. (Int J Pharm Compd. 2017; 21: 247-50)

 

Cuore e salute più a rischio con le carni rosse. Meno con carne bianca

 mag 31, 2017    News, Novità dalla ricerca, Novità Homepage, Novità Prevenzione Primaria  0


carne-rossa-carne-bianca-mortalita-cuore-diabete-cancro-cardiotoolUn grande studio osservazionale, basato su una coorte di oltre 500.000 persone di età compresa tra 50 e 71 anni, con un follow-up mediano di oltre 15 anni, ha confermato i rischi connessi con il consumo di carni rosse ed i benefici legati al consumo di carni bianche.
Le abitudini alimentari dei partecipanti, nell’anno predente l’arruolamento, sono state valutate mediante un questionario. Sono stati considerate: le carni rosse non trasformate (manzo, maiale, hamburger, fegato, bistecca, cibi contenenti carne come la lasagna e lo stufato), le carni rosse trasformate (bacon, affettati, prosciutto, hotdog, salsiccia), le carni bianche non trasformate (pollo, tacchino, pesce, tonno in scatola) e le carni bianche trasformate (affettati di pollame, salsicce a basso contenuto di grassi, hotdog di pollame). Sulla base di queste informazioni è stato derivato il consumo di ferro eme e di nitrati/nitriti.
Attingendo a database amministrativi sono stati valutati i decessi occorsi durante il follow-up e le relativa cause di decesso.

I soggetti con il più elevato consumo di carni rosse sono risultati essere più frequentemente uomini, bianchi non ispanici, fumatori, con diabete. Il consumo di carni rosse era inoltre associato a scarsa attività fisica, scarsa consapevolezza del proprio stato di salute, più basso livello socio-economico, minore grado di istruzione, minore consumo di frutta e verdura, BMI più elevato, maggiore introito calorico, maggiore apporto di ferro eme e di nitriti/nitrati da cibi carnei trasformati.

La mortalità totale risultava correlata direttamente con il consumo di carni rosse, essendo più alta del 26% nei soggetti con consumo più elevato rispetto ai soggetti con consumo più basso, senza che vi fossero significative differenze riguardo al consumo di cibi trasformati o non trasformati. L’incremento di mortalità restava evidente considerando le varie cause di mortalità specifica (cancro, cardiopatie, malattie respiratorie, ictus, diabete, infezioni, nefropatie, malattie epatiche), tranne che per il morbo di Alzheimer.
Anche il consumo di ferro eme, particolarmente abbondante nelle carni rosse, e di nitrati/nitriti, presenti nelle carni rosse trasformate, è risultato associato a una maggiore mortalità totale e specifica.

Al contrario è stata riscontrata una correlazione inversa tra consumo di carni bianche e mortalità totale e specifica con un rischio inferiore del 25% nei maggiori consumatori rispetto a chi ne faceva minore uso. L’associazione era particolarmente evidente con il consumo di carni bianche non trasformate, più debole con il consumo di carni bianche trasformate. I risultati sono simili considerando separatamente il consumo di pesce e il consumo di pollame.

Una possibile spiegazione di questi risultati deriva dalla constatazione che sia il ferro eme che i nitrati/nitriti hanno una azione pro-ossidante e possono determinare un danno ossidativo e l’infiammazione in diversi organi favorendo lo sviluppo del diabete, delle malattie cardiovascolari, della coronaropatia e del cancro. Il metabolismo di nitrati/nitriti, inoltre, determina la formazione di composti che contengono un gruppo -NO (N-nitroso) che in vari studi hanno dimostrato di aumentare il rischio di insulino-resistenza, coronaropatia e cancro.

Fonte

Mortality from different causes associated with meat, heme iron, nitrates, and nitrites in the NIH-AARP Diet and Health Study: population based cohort study.BMJ 2017;357:j1957 http://dx.doi.org/10.1136/bmj.j1957

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E' POSSIBILE DIVIDERE LE COMPRESSE?

La necessità di adattare il dosaggio delle compresse alla posologia individuale indicata dal medico richiede spesso di doverle dividere. Può sembrare un problema banale ma innanzitutto non tutte le compresse sono divisibili, inoltre, nonostante la linea di divisione non bisogna dimenticare le difficoltà pratiche che potrebbero avere molte persone soprattutto se anziane. 
In commercio le varie specialità medicinali in compresse possono essere presenti anche in due o tre diversi dosaggi ma ciò può talvolta non soddisfare le esigenze dei pazienti, infatti, oltre che per la necessità di adattare la posologia, l'assunzione di una dose più bassa di farmaco può in alcuni casi essere efficace quanto una dose più alta limitando notevolmente gli effetti collaterali.
E' stato condotto uno studio per valutare ed accertare la capacità dei pazienti anziani di dividere  compresse di warfarin (Coumadin), simvastatina (Sinvacor), metoprololo (Lopresor) e lisinopril  ed ha osservato che il peso delle mezze compresse  si discostava dal 9% al 37% del valore atteso. Ciò significa una divisione delle compresse non ottimale, quindi una variabilità di dosaggio del farmaco. 
Due studi clinici hanno valutato gli,effetti a lungo termine dell'assunzione di mezze compresse di simvastatina e di lisinopril in due distinti gruppi di pazienti. Dopo qualche settimana di terapia non è stata rilevata nessuna variazione per quanta riguarda i valori della colesterolemia o della pressione arteriosa nei pazienti trattati. I risultati di questi studi non devono però far pensare che la suddivisione delle compresse sia una prassi accreditata per tutti i farmaci, infatti esistono numerose variabili  che dipendono dalle caratteristiche della compressa, dall'abilità visiva  e manuale del paziente o la quantità del principio attivo all'interno della compressa. In primo luogo non dovrebbero essere divise le compresse senza linea di prerottura o quelle con particolari modalità di rilascio del principio attivo. Infatti la divisione di compresse gastroprotette o di compresse a lento rilascio non assicura la gastroprotezione o la cessione ritardata del farmaco. 
Ancora, non possono essere divise le compresse contenenti principi attivi associati come alcuni farmaci utilizzati per il morbo di Parkinson come levodopa/carbidopa (Sinemet) o alcuni antiipertensivi come irbesartan/idroclortiazide (Coaprovel): per questo tipo di farmaci, infatti, esistono compresse formulate con dosaggi diversi ma nelle varie formulazioni solo uno dei due principi attivi varia,  ad esempio levodopa 200 + carbidopa 25 oppure levodopa 100 + carbidopa 25, in questo caso non è consigliabile separare le compresse. 
Oltre a ciò non è consigliato di dividere compresse di farmaci a basso indica terapeutico ovvero con una dose terapeutica molto vicina alla dose tossica come digossina (Lanoxin)  o teofillina (Aminomal)  o per quei farmaci per cui il dosaggio deve essere attentamente stabilito come warfarin (Coumadin) o levotiroxina (Eutirox).
La raccomandazione generale è di non dividere mai le compresse  perché l'assunzione di compresse intere è l'unico metodo per assicurare l'accuratezza del dosaggio, se tuttavia ciò deve essere fatto bisogna assicurarsi che le compresse non siano gastroprotette o lento rilascio e soprattutto si consiglia ai pazienti di spezzare le compresse una alla volta e di usare la seconda metà come dose successiva. 

Una valida alternativa alla comune prassi di dividere le compresse è rappresentata dalle preparazioni galeniche ovvero l'allestimento di farmaci da parte del farmacista. I vantaggi di questa pratiche sono legati alla possibilità di rispondere a particolari bisogni individuali: il primo è senza alcun dubbio la preparazione di dosaggi individualizzati nonchè l'allestimento di preparazioni tradizionali non reperibili.

 

Vaccinazione Papilloma Virus, il vaccino anti HPV

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La vaccinazione contro il Papilloma Virus è uno strumento di prevenzione importante per uomini e donne. Il vaccino è in grado di proteggere da 9 ceppi del virus HPV, sette dei quali sono ad alto rischio cancerogeno e causano il 90% dei casi di tumore al collo dell'utero e di cancro anale, oltre che l'80% delle lesioni cervicali precancerose. 

Il nuovo antidoto, il cui nome commerciale è Gardasil, ha un'efficacia dimostrata e dagli studi clinici condotti è altamente tollerabile e assolutamente sicuro in entrambi i sessi. Il Gardasil, si distingue da altri vaccini disponibili sul mercato per aver aggiunto 7 sierotipi rispetto al vaccino bivalente e 5 sierotipi rispetto a quello quadrivalente, aumentando notevolmente la copertura. Una novità che potrà aiutarci a prevenire fino al 90% dei tumori causati da Papilloma Virus.

I dati più recenti indicano che ogni giorno in Italia questo tipo di tumore colpisce dieci donne, una ogni due ore; in totale, ogni anno, 3.500 donne scoprono di avere un tumore alla cervice uterina e 1.700 muoiono a causa della malattia. Il cancro alla cervice è un autentico ‘big killer’ delle donne: rappresenta la seconda causa di morte femminile nel mondo e può essere evitato perché la maggior parte dei casi di tumore è direttamente derivato dall’infezione da papilloma virus. Il vaccino è una vera rivoluzione: permette, infatti, di agire sulle nuove generazioni, sulle adolescenti e i suoi effetti saranno evidenti tra un decennio, quando si potranno comparare i dati di incidenza del cancro di oggi con quelli futuri.

Le modalità di vaccinazione

In Italia, la vaccinazione anti-HPV è gratuita dal 2007 per le ragazze 12enni: una scelta accolta in tutta Europa con rispetto e stima e che pone il nostro Paese in prima linea nella lotta al Papilloma Virus e al tumore alla cervice. In generale, l’indicazione alla vaccinazione è tra i 9 e i 26 anni e può essere effettuata da chi non abbia mai contratto l'infezione. Inoltre, è possibile acquistare il vaccino in tutte le farmacie, dietro prescrizione medica e va somministrato in tre dosi entro sei mesi. Il beneficio massimo è per gli adolescenti che non hanno ancora avuto rapporti sessuali e quindi non sono certamente entrate in contatto con il virus.

La prospettiva è quella di prevenire fino al 90% dei casi di tumore. In un questo clima di malcelato entusiasmo, gli esperti non hanno dubbi. Al momento del suo rilascio, l’oncologo Umberto Veronesi ha ribadito che il vaccino è una “grande notizia per le donne ma non deve far pensare che il pap-test sia uno strumento superato: la vaccinazione per le donne tra i 20 e i 30 anni, più vicine alla soglia di età a rischio, è importante almeno quanto lo screening periodico del loro stato di salute”.

Effetti collaterali del vaccino anti-Papilloma Virus

Sebbene siano stati segnalati casi singoli di reazioni avverse al vaccino, non vi è alcuna prova scientifica della correlazione tra gli effetti collaterali riportati e la somministrazione del vaccino anti Papilloma Virus. Gli studi scientifici, infatti, garantiscono sulla sicurezza della vaccinazione. I dubbi sulla sicurezza del vaccino e sulla sua presunta correlazione con la sindrome dolorosa regionale complessa (Crps), caratterizzata da dolore cronico agli arti, e la sindrome di tachicardia posturale (Pots), una condizione in cui la frequenza cardiaca aumenta in modo anomalo al passaggio dalla posizione seduta a quella eretta, sono stati smentiti dagli studi clinici. In un recente rapporto l'EMA (European Medicines Agency) ha escluso qualunque tipo di correlazione tra la vaccinazione e queste patologie.

 

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Nella maggior parte dei casi il Papilloma virus non ha sintomi evidenti e specifici. L'HPV test ne verifica la presenza.
19/04/2017

 

 

Usare troppo il cellulare provoca il cancro, Inail condannata

Redazione DottNet | 20/04/2017 20:22

Sentenza del Tribunale di Ivrea, c'è nesso tra l'utilizzo e la malattia

Stare attaccati al cellulare per troppo tempo, e senza utilizzare precauzioni, provoca il tumore al cervello. O almeno questo è quello che è successo a Roberto Romeo, 57 anni, dipendente di una grande azienda italiana, a cui, nel 2010, è stato diagnosticato un neurinoma dell'acustico all'orecchio destro. Il danno oncologico è stato causato dalla prolungata esposizione lavorativa alle frequenze emesse dal telefonino: a stabilirlo è una sentenza di primo grado, del 30 marzo scorso, del Tribunale di Ivrea, che ha condannato l'Inail a corrispondergli una rendita vitalizia da malattia professionale.

Secondo quanto ricostruito nel ricorso, Romeo ha utilizzato per 15 anni, almeno quattro ore al giorno, quindi per oltre 12mila ore complessive, il cellulare: sempre senza auricolare, sempre all'orecchio destro. Questo gli ha causato gravi e irreversibili menomazioni. "Un verdetto storico, destinato a fare riflettere", spiegano gli avvocati dell'uomo, Stefano Bertone e Renato Ambrosio, che, durante il procedimento, hanno presentato una consulenza tecnica. "Le emissioni a Rf/Mo dei telefoni mobili dovrebbero essere classificate nel gruppo 1 dei sicuri cancerogeni per l'uomo", scrive il professor Angelo Levis nella memoria presentata al giudice, dove richiama le conclusioni di numerosi autori tra cui Lennart Hardell e la sua squadra di collaboratori del dipartimento di oncologia dell'Università di Orebro, in Svezia.

"I risultati delle indagini - continua Levis - non lasciano dubbi circa l'esistenza di un rapporto causa effetto tra l'esposizione abituale per lungo tempo ai cellulari e il rischio, almeno raddoppiato e statisticamente significativo al 95% di probabilità, di tumori alla testa". Ma in Italia, secondo Bertone e Ambrosio, il pericolo non viene considerato. "Al contrario", denuncia Levis nel documento, "i nostri specialisti continuano a sostenere l'innocuità delle radiazioni". Per questo lo studio torinese "Ambrosio e Commodo" ha lanciato in rete il sito www.neurinomi.info: una raccolta di studi scientifici sull'argomento e un decalogo di cautele da utilizzare nell'uso del cellulare.

Come non caricarlo vicino al letto, non fare telefonate troppo lunghe, utilizzare l'auricolare o il viva voce, non usare i telefonini negli ospedali e non lasciarli ai bambini. Legislazioni cautelative sono state approvate in tutto il mondo: dall'America alla Russia, dall'Australia alla Corea, dal Canada al Regno Unito, dal Giappone al Tagikistan. E in India è addirittura vietato l'uso dei cellulari ai ragazzini sotto i 16 anni e la vendita a bimbi e donne incinte. E proprio per sollecitare una campagna di sensibilizzazione e informazione sul tema, l'avvocato Ambrosio ha depositato alcuni anni fa un ricorso al Tar di Roma. "Non bisogna demonizzare i telefonini. Ma chiediamo che lo Stato italiano dia indicazioni sull'uso, proprio come accade per il fumo". Su un caso simile a quello di Ivrea si pronunciò, nel 2009, la Corte d'Appello di Brescia, che accolse il ricorso dell'impiegato di una ditta colpito da un tumore per le quindicimila ore passate al telefonino sul lavoro. La sentenza dei giudici lombardi, che condannarono l'Inail a corrispondere una rendita per malattia professionale, venne confermata dalla Cassazione.

I rischi del cellulare

Vent'anni di studi e ricerche ma ancora nessuna relazione definitiva sul rischio che l'uso eccessivo dei cellulari possa sviluppare il tumore al cervello. La comunità scientifica internazionale finora non è arrivata ad una conclusione. Secondo uno degli studi più recenti, pubblicato lo scorso anno dall'agenzia federale Usa National Toxicology Program, l'esposizione alle radiofrequenze incrementa due tipi di cancro. La ricerca è stata condotta su oltre 2500 topi esposti ad alte radiofrequenze. Il più grande studio in materia resta Interphone del 2010, finanziato dall'Oms.

Nonostante 10 anni di lavoro, 19 milioni di euro spesi e 10mila interviste in 13 Paesi, non è riuscito a dissipare i dubbi: "assenza di rischio per gli utilizzatori, fatta eccezione per i più assidui". Su queste basi, nel 2011, l'Oms ha classificato i campi elettromagnetici come 'possibili cancerogeni' nel gruppo 2b, lo stesso del caffè e dei sottaceti. "Nel mondo occidentale non c'è nessuna prova scientifica che vi sia un nesso tra l'uso del telefono cellulare e lo sviluppo di un tumore al cervello", afferma il professore di neurochirurgia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma Alessandro Olivo. E a sfavore dell'ipotesi indica il fatto che "nonostante l'incremento esplosivo dell'uso dei cellulari negli ultimi 15 anni, non c'è stato un aumento dei tumori cerebrali, nè benigni, nè maligni".

Il dibattito resta aperto, come dimostra la sentenza di oggi del Tribunale di Ivrea, decisione che potrebbe aver tenuto conto della sentenza di Cassazione del 2012 che diede ragione alla Corte d'Appello di Brescia. In quel caso i giudici avevano accolto il ricorso di un lavoratore colpito da neurinoma "in conseguenza dell'uso lavorativo protratto di telefoni cordless e cellulari". Un altro caso è stato trattato dal Tar del Lazio del 2014 - primo del genere in Italia - intentato dall'Associazione per la lotta all'elettrosmog contro il Ministero della Salute per ottenere una campagna di informazione nazionale sul rischio. Saranno diffusi entro il 2017 i dati dell'Istituto Ramazzini sulle radiazioni a radiofrequenza (RFR) in uso nel sistema di comunicazione della telefonia cellulare.

L'intervista

Quella sensazione, fastidiosa, di avere le orecchie sempre tappate lo portava, in alcuni casi, a non sentire. E' iniziato così il calvario di Roberto Romeo, il 57enne a cui il tribunale di Ivrea ha riconosciuto una rendita perpetua con una sentenza che stabilisce un nesso causale tra l'uso eccessivo del telefono cellulare e la malattia. All'uomo, che ha scoperto di essere affetto da neurinoma dell'acustico nel 2010, è stato asportato il nervo acustico ed è completamente sordo dall'orecchio destro.

"All'inizio i medici pensavano a un attacco batterico. Ma poi gli esami e la risonanza magnetica hanno fatto chiarezza: era un tumore al cervello, benigno ma invalidante", racconta l'uomo, che per quindici anni ha lavorato in una grande azienda italiana, sempre attaccato al cellulare. "Telefonavo in continuazione: a casa, in macchina, per parlare con i collaboratori, per organizzare e coordinare le operazioni. Chiacchierate che duravano fino a venti minuti, mezz'ora in alcuni casi. In tutto dalle tre alle quattro ore al giorno. E così mi sono ammalato". Il Tribunale di Ivrea ha accolto il ricorso dei suoi legali, gli avvocati torinesi Stefano Bertone e Renato Ambrosio, e gli ha riconosciuto una rendita vitalizia da malattia professionale: il tumore, secondo la sentenza, è stato causato proprio dall'uso prolungato e senza protezioni del telefonino.

"Non voglio demonizzare il cellulare, ma sensibilizzare datori di lavoro e dipendenti, perché altre persone non si ritrovino nella mia situazione", sottolinea Romeo, che non nasconde la soddisfazione per la decisione del giudice eporediese."Sono in molti a non staccarsi mai dal cellulare, a tenerlo sempre accesso, a caricarlo sul comodino di fianco al letto o, addirittura, a dormire con il telefonino sotto il cuscino. Sono comportamenti da evitare - conclude -. E le logiche lavorative devono tenere conto dei rischi a cui il cellulare espone". 

I numeri

Nel mondo si contano oltre 5 miliardi di persone con almeno un telefonino in mano e all'orecchio. I possessori di un cellulare in Italia con più di 13 anni sono oltre 45 milioni. Sono i dati di due rilevazioni distinte, la prima di Ericsson e la seconda di comScore, che entrambe rilevano come gli smartphone, i telefoni 'intelligenti' con connessioni a Internet, sono al sorpasso sui 'feature phone', telefoni base che fanno chiamate, mandano sms e poco più. Secondo comScore, il 73% dei 45,2 milioni di italiani possessori di telefonini sceglie uno smartphone, il 27% un telefono basic.

E passano in media 53 ore al mese a navigare sul web, 46 ore all'interno delle app e 7 ore di ricerca online. Mentre - per SosTariffe.it che ha effettuato un'analisi sui consumi di telefonia mobile del 2016 - la regione che chiacchiera di più al telefono è l'Abruzzo, la Valle d'Aosta è la più legata all'invio degli sms, in Trentino Alto Adige si trovano gli utenti più affamati di traffico dati. Secondo l'ultimo Mobility Report di Ericsson, entro il 2021, nel mondo le sottoscrizioni associate a smartphone passeranno a 6,3 miliardi. Smartphone e cellulari, tuttavia, verranno a loro volta superati dall'Internet of Things, cioè gli oggetti connessi: gli analisti prevedono infatti che entro il 2018 si conteranno più dispositivi connessi al web che telefonini.

 

 

Ti tocchi le parti intime  per superstizione ma sai toccarti i testicoli come prevenzione?

Categoria: Prevenzione
Ultima modifica il Martedì, 04 Aprile 2017 14:59
Una domanda provocatoria riferita a un gesto poco elegante ma molto utile per la salute. La gestualità scaramantica così tipica dell'italiano, il toccarsi i genitali per superstizione, è il tema della nuova campagna social di educazione alla diagnosi precoce del tumore al testicolo, lanciata dalla Fondazione Umberto Veronesi.
Il tumore del testicolo rappresenta l’1.5% di tutte le neoplasie dell’uomo ed è la più frequente nei maschi di età compresa tra i 15 e i 40 anni. In Italia è la neoplasia maligna più frequente, con un tasso di incidenza dell’11% nei maschi con meno di 50 anni. Nonostante, nella maggior parte dei casi, possa essere diagnosticato tempestivamente attraverso la semplice autopalpazione, ogni anno nei Paesi occidentali si registrano fino a 10 nuovi casi ogni 100.000 abitanti, con un aumento dell’incidenza negli ultimi 30 anni. Questo sensibile aumento è dovuto alla scarsa attenzione maschile verso la prevenzione, a cui negli ultimi anni si è aggiunta l’aggravante della mancata visita di leva, che ha sottratto i giovani alla diagnosi precoce delle patologie del distretto uro-genitale e alla sottovalutazione di problematiche spesso insorte già da bambini. Oggi il tumore al testicolo offre ottime opportunità di cura: se diagnosticato e trattato precocemente il tasso di guarigione è intorno al 96%. Fare prevenzione diventa quindi fondamentale per una diagnosi precoce di questa patologia, che è molto diffusa soprattutto tra i giovani.

Vedi il video a questo link https://www.youtube.com/watch?v=EP6A7bKM6wA

Il video rimanda al sito www.tocchiamoci.it, creato per l’occasione, che oltre alle informazioni essenziali su questa patologia, contiene un tutorial per imparare a eseguire una corretta autopalpazione.

 

I FARMACI GASTROPROTETTORI SONO STATI UNA GRANDE SCOPERTA DELLA MEDICINA PERCHE' HANNO PERMESSO DI CURARE LE C.D. MALATTIE GASTRODUODENALI ( AD ES. GASTRODUODENITI, ULCERE, ESOFAGITI DA REFLUSSO,ECC. ) SENZA PIU' RICORRERE ALLA TERAPIA CHIRURGICA.

PURTROPPO, PER UNA CATTIVA DISINFORMAZIONE, OGGI VENGONO USATI IN UNA MANIERA INAPPROPRIATA  

E IN MODO ECCESSIVO , CON EFFETTI COLLATERALI IMPORTANTI.

DI SEGUITO, VENGONO RIPORTATE ALCUNE DIAPOSITIVE DEL PROF. SAVARINO DELLA UNIVERSITA' DI GENOVA, RITENUTO UNO DEI PIU IMPORTANTI GASTROENTEROLOGI ITALIANI, CHE CI ILLUSTRANO SULL' USO CORRETTO DI QUESTI PREZIOSI FARMACI E DEI LORO EFFETTI COLLATERALI, SE USATI IMPROPRIAMENTE.

 

 

 

 

Regola dell’Abcde: come tenere sotto controllo i nei

Feb 22,2017 0 Comments

Abcde e il gioco è fatto. Potrebbe sembrare riduttivo, ma la regola dell’Abcde può aiutare a identificare quando un neo ha bisogno di essere controllato e in questo mondo combattere il melanoma, uno dei tumori della pelle più insidiosi. A spiegarlo è Pierluigi Buccini, dirigente medico di primo livello all’Istituto San Gallicano di Roma.

Abcde: ‘a’ come asimmetria, ‘b’ come bordi, ‘c’ come colore, ‘d’ come dimensioni, ‘e’ come evoluzione
“La ‘a’ sta per asimmetria, la ‘b’ per bordi ( bisogna stare attenti se vi sono irregolarità nel perimetro del neo), la ‘c’ per colore. importante che la pigmentazione sia omogenea. Se ad esempio c’è il colore marrone scuro insieme al nero nel stesso neo questo può essere un motivo di allarme. In generale, poi, se ad esempio si hanno tutti i nei chiari e uno solo scuro, o viceversa, quello diverso va esaminato – spiega Buccini – poi c’è la ‘d’ che sta per dimensioni: il cut-off, in sostanza il valore soglia, è cinque millimetri, anche se c’è un 10% di melanomi che è più piccolo. Infine, molto importante è la ‘e’ di evoluzione. Bisogna monitorare ogni modificazione di forma, colore, grandezza ma anche altezza. Occorre fare attenzione ad esempio anche se un neo è più alto, più gonfio”. Se l’auto- osservazione e l’osservazione familiare sono le chiavi per una diagnosi precoce, poi vi sono secondo lo specialista gli strumenti e gli esami medici adatti, come l’epiluminescenza, sia portatile con un dermatoscopio, sia più sofisticata, che permette cioè di memorizzare le immagini su un database consentendo ad esempio di monitorare lo stesso neo nel tempo.

Il primo passo, se qualcosa non va, è un intervento localizzato.
“Si tratta di un intervento banale, spessissimo molti casi si risolvono così. Se si tratta di melanomi cosiddetti in situ, localizzati sull’epidermide e che non sono entrati in contatto con il sistema linfatico e sanguigno” evidenzia Buccini. Se ci sono invece ulcerazioni e la lesione è più profonda di un millimetro allora occorre ricorrere a un altro esame, quello del linfonodo sentinella, che come spiega lo specialista permette di capire se è stato ‘intaccato’ il sistema linfatico. Comunque è l’esame istologico, cioè del tessuto prelevato dal paziente, che permette di fare inizialmente la diagnosi.

Immunoterapia
Vi sono poi – come sottolinea Buccini – dei melanomi che danno metastasi, in cui la situazione è ormai molto avanzata, per i quali c’è una novità che molto ha già cambiato e molto ancora potrà cambiare nelle terapie. Si tratta dell’immunoterapia “con gli anticorpi monoclonali, che vanno a legarsi a siti specifici di cellule del sistema immunitario che non riescono a eliminare le cellule indesiderate , che possono mascherarsi o ridurre l’attività di sorveglianza del sistema immunitario stesso. In sostanza. si stimola il sistema immunitario a combattere la cellula cancerosa”. La terapia standard prevede immunoterapia adiuvante con interferone. “L’immunoterapia va bene per la maggior parte dei pazienti, c’è chi risponde meglio e chi invece peggio” conclude lo specialista.

 

 

 

 

I mille usi del cedro

Il succo di cedro elimina gas e fermentazioni alla base di coliti e gonfiori addominali e se serve abbassa anche la pressione; ma non solo...

I mille usi del cedro
 

Le virtù poco conosciute del cedro

Il cedro non è solo un agrume dal sapore fresco e delicato, ma anche un concentrato di virtù medicamentose, note fin dall'antichità (ne parlava già la Scuola Medica Salernitana) e in atto di rivalutazione ai giorni nostri. Le sue qualità spaziano dall' azione di contrasto dei radicali liberi, a quella antitumorale relativamente al tratto del colon, all'azione preventiva nei riguardi dell' obesità e di alcune patologie cardiovascolari. In particolare le ormai accertate e straordinarie proprietà antiossidanti del cedro, dovute alla quantità e qualità di flavonoidi presenti nell'agrume, hanno fatto divenire questo frutto l'emblema della "Giornata nazionale del malato oncologico".

 

Oltre a queste proprietà riconosciute, ilcedro è ricco di sali minerali e di tantavitamina C e svolge un'azione disinfettante sia esterna che interna, sull'intestino in particolare: per questo risulta molto utile per chi soffre di colite, soprattutto se il disturbo è su base virale. La sua virtù più interessante è però il fatto che sia un naturale regolatore dell'ipertensione: infatti, se consumato al mattino (anche sotto forma di succo), ilcedro aiuta a tenere sotto controllo la pressione e i relativi sbalzi. Ovviamente per sfruttare le virtù terapeutiche di questo agrume, l'ideale è utilizzare il frutto fresco, sotto forma di spremuta o di infuso, o impiegarne l' olio essenziale; sono invece da evitare gli sciroppi industriali a base di cedro, che spesso si usano per preparare bibite rinfrescanti: sono pieni di coloranti, zucchero e aromi chimici, che con il cedro "vero" hanno ben poco a che fare!

 

Un utilizzo insolito: berne il succo caldo

La mattina, prima di colazione, bevi mezzo bicchiere di acqua tiepida con il succo di uncedro: favorisci l'evacuazione e previeni anche gli sbalzi pressori causati dallo stress di fine anno.

 

Saperne di più: l'olio essenziale di cedro

Riduce la cellulite

L'olio essenziale del cedro si ottiene per spremitura della buccia, ed è molto ricco di limonene. Può essere utile nei casi di inestetismi dovuti a cellulite. Si utilizzano poche gocce in una boccetta di olio di mandorle per effettuare dei massaggi assai efficaci.

Combatte la caduta dei capelli

Lo stesso olio viene utilizzato anche per stimolare la crescita dei capelli frizionando due volte al giorno il cuoio capelluto con un cucchiaio di alcol e una goccia di olio essenziale.

 

Controindicazioni

Attenzione: l'olio di cedro non va usato né in gravidanza né sui bambini! Dopo averlo applicato sulla pelle, non esporsi ai raggi solari o a lampade abbronzanti.

 

 

L'INFLUENZA :

IERI,OGGI E DOMANI ,

QUAL E' LA VERITA.  

L'influenza costituisce un importante problema di Sanità Pubblica a causa della contagiosità, variabilità nella sua manifeatazione,

e delle possibili gravi complicazioni.

Frequente motivo di consultazione medica e di ricovero ospedaliero, e pricipale causa di assenza dal lavoro e dalla scuola,

 l'influenza è ancora oggi la terza causa di morte per patologia infettiva ,

preceduta solo dall'AIDS e tubercolosi.

In particolare , si stima che in Italia l'influenza stagionale causi ogni anno circa 8000 decessi.L'84% di queste morti  riguarda persone di età   superiore ai 65 anni.

L'influenza è ormai una delle poche malattie infettive contro la quale non abbiamo armi risolutive:

i centinaia di virus influenzali sono capaci di superare le difese cambiando continuamente la loro struttura genica.

Così ogni anno, nel mondo, si ripresenta il problema dell'epidemia stagionale di influenza con gli altissimi costi sanitari e sociali ad essa correlati.

Il termine " influenza " probabilmente deriva dalla radicata cioncezione in Egitto dell'origine della malattie dalle stelle,

anche per la stagionalità ricorrente dell'epidemia influenzale.

Tragiche epidemie ricorrenti hanno segnato la storia umana , come la famigerata " spagnola " del 1918 con milioni di morti.

 

COME SI PROPAGA L' INFLUENZA ?

 

E' una delle infezioni note a più alta trasmissibilità : un individuo infetto può infettare una persona e mezza, due persone generano tre casi,

 20 persone ne generano altri 30 e così via,

 ma non sono rari casi in cui una singola persone ne ha infettarte direttamente 20 o 30.

Si trasmette  nella maggioranza dei casi per via aerea : l'individuo infetta emette con il suo respiro, ancor più con tosse e starnuti,

goccioline d'acqua contenente  virus in grandi quantità;

 e se non c'è una forte risposta immunitaria derivata da un simile precedente infezione o dalla vaccinazione ,

il virus si moltiplica molto rapidamente invadendo l'intero organismo,

 ma con preferenza per l'albero respiratorio.

I fattori che favoriscono la trasmissione sono: l'affollamento, le basse temperature ambientali,

la scarsità del ricambio dell'aria come nei luoghi chiusi e a questi si aggiungono fattori individuali ,

quali il fumo di sigarette, e le malattie delle vie respiratorie come bronchite cronica ed asma.

 

TEMPO DI INCUBAZIONE

 

In genere la malattia si manifesta entro le 48 ore dal contagio ma sono stati segnalati casi anche dopo 5 giorni

 

PERIODO DI CONTAGIOSITA'

 

La persona influenzata può trasmettere la malattia dal primo giorno di inizio fino a 3-5 giorni, nei bambini fino a 7 giorni.

 

COME SI MANIFESTA L'INFLUENZA ?

 

In genere si tende a sottovalutarla.

Tutti i sintomi sono comuni a molte altre malattie, il che porta a confonderla con altre malattie virali ,

come la faringite, la tonsillite ed il raffreddore comune.

E' il quadro di insieme a identificarla:

* Comparsa dei primi sintomi generalmente brusca ed improvvisa, accompagnata da intensi brividi e sudorazione

*Febbre superiore ai 38 °C, di durata tra i 3 e i 4 giorni

* Mal di testa abbastanza forte

* Malesere e dolori muscolari, spesso molto intensi

* Affaticamento e debolezza , che, contrariamente alla febbre , possono durare fino a 2-3 settimane

* Naso chiuso, a volte

*Starnuti, a volte

*Mal di gola ,a volte

*Talvolta mal di pancia ed anche diarrea

* Comuni i dolori al petto durante la respirazione e soprattutto la tosse

* Perdita dell'appetito

* Fastidio della luce diretta

* Suscettibilità aumentata a bronchiti e polmoniti

L'influenza , come detto, spesso è sottovalutata ed infatti può anche essere letale,

specialmente in soggetti deboli, anziani o con malattie croniche.

In italia si stima che ogni epidemia influenzale annuale provochi , come già detto, 8000 morti ed anche in soggetti sani e giovani

può provocare una polmonite virale primaria

come è successo qualche anno fa quando l' influenza ha risparmiato in gran parte la popolazione anziana ,che si era sottoposta a vaccinazione,

 colpendo  bambini, giovani ed adulti sani.

 

CONCOMITANZA CON ALTRE MALATTIE SIMILI

 

L'epidemia influenzale stagionale, che , con notevole precisione, arriva ogni inverno  in buona parte dei paesi del mondo,

condivide la stagione favorevole con molti altri virus e  batteri che possono manifestare gli stessi sintomi.

La stragrande maggioranza delle volte la persona affetta ritiene di avere una influenza  ma di fatto ,

molto probabilmente, ha una sindrome somigliante ad essa ,

 ma non causata da virus influenzali ed è il caso di quando il paziente dice  " mi sono vaccinato ed ho preso

lo stesso l'influenza oppure il vaccino

 mi ha trasmesso l'influenza " mentre la colpa è dovuta ad altre cause.

Non dimentichiamo anche che l'efficacia reale del vaccino contro la vera influenza è stimata  tra l'80 ed il 90 % ,

 perciò resta una percentuale del 20-10% di persone che,

pur vaccinate, non sono totalmente protette verso quseta infezione.

 

COME SI CURA L' INFLUENZA?

 

L'influenza nel soggetto sano è una malattia benigna che nella maggioranza dei casi termina da sola in 4-5 giorni

 anche senza prendere farmaci

Come per tutte le sindromi febbrili acute sono importanti soprattutto alcuni accorgimenti che attenuano la malattia e

riducono il rischio di complicazioni:

Riposo a letto il più  possibile durante la fase febbrile

Bere 2 litri di liquidi al giorno

Astenersi da alcool e fumo

Evitare cibi " pesanti "; del resto la malattia già  provoca perdita dell'appetito

Usare antifebbrili  solo in caso di febbre alta > 38 °C e fastidiosa ,Si ricorda che la febbre è una difesa dell'organismo

che serve a distruggere virus che sono labili alle temperatura alte

Nei bambini è preferibile usare il paracetamoplo ( " tachipirina ) nelle appropiate dosi in base al peso e negli adulti 

l'ac: acetil salicilico ( " aspirina,vivinc ,ecc " ) alle dosi di 300-600 mg ogni 8 ore  a stomaco pieno.

Da evitere assolutamete l'uso dei cortisonici  con lo scopo di abbassare la febbre, essi abbassano le difese immunitarie e

 possono favorire le complicazioni.

La somministrazione di polivitaminici non è di alcuna utilità provata :l'episodio influenzale è troppo breve per causare defuicit vitaminici.

Utile la vitamina C in dose di almeno 500 mg al giorno

Evitare antibiotici. L'influenza è una malattia virale e non batterica e quindi totalmente insensibile ad essi.

Vanno usati solo in caso di complicazioni batteriche, accertate dal medico.

 

LA VACCINAZIONE

 

La vaccinazione antiinfluenzale è il metodo più efficace e sicuro  per prevenire la malattia e le sue complicazioni.

Data la brevità della protezione e la variabilità dei virus è necessario ripeterla ogni anno.

Molta discussione viene fatta sui vaccini: una diffusa credenza di inefficacia o pericolosità di provocare malattie

 come l'autismo.

Di fatto vi sono elementi che possono creare scetticismo :

 

.* il vaccino conferisce una immunità breve ( 6-8 mesi )

*i virus cambiano ogni anno

* l'efficacia assoluta dei vaccini è limitata

per cui è possibile che si prenda lo stesso l'influenza o ci si ammali, come già detto per una sindrome

che assomiglia alla vera influenza.

 

 FALSI VACCINI

 

Sono in circolazione ed in vendita in farmacie ed internet , vari preparati

per la " prevenzione  !" dell'infkuenza inclusi " vaccini omeopatici " .

Non esiste alcuna prova scientifica sulla loro efficacia.

 

CHI DEVE VACCINARSI ?

 

1.Tutti coloro che hanno età pari o superiore a 65 anni

2. Bambini di età superiore ai 6 mesi ,ragazzi,ed adulti affetti da :

malattie croniche e tumori

3. Donne che all'inizio della stagione epidemica si trovino nel II e III trimestre di gravidanza

4. Individui di qualunque età riceverati presso strutture per lungodegenti

5.Medici e personale sanitario di assistenza

6. Familiari a contatto con soggetti a rischio

7. Soggetti addetti a servizi pubblici di primario interesse collettivo

 

 Per tutti gli individui citati il vaccino è gratuito.

 

Possono scegliere di vaccinarsi contro l'influenza

tutte le persone che desiderino evitare la malattia , per varie motivazioni

  ( timore della malattia, viaggi, lavoro, ecc) .

In tal caso il vaccinio non è gratuito ed è

 disponibile presso le farmacie.

 

SOMMINISTRAZIONE SIMULTANEA DI PIU' VACCINI

 

Il vaccino antinfluenzale non interferisce con altri vaccinii

Negli adulti ad alto rischio  di complicazioni e negli anziani  anzi la vaccinazione antinfluenzale

è l'occasione

opportuna per somminisrtrare contemporaneamente il vaccino antipneumococcico , per prevenire la polmonite.

 

REAZIONI INDESIDERATE

 

I vaccini antinfluenzali contengono solo virus inattivati o parti di questi,

pertanto non possono essere responsabili di infezioni.

Per questo motivo, come già detto  se dovessero comparire infezioni respiratorie

e sindromi  con sintomatologie simili a quelle dell'influenza,

la causa è da imputare ad altri agenti batterici e virali.

 

IL MEDICO ED I SUOI ASSISTITI

 

I medici di famiglia ed i pediatri hanno un ruolo fondamentale sulla protezione

dei cittadini.

E' importante  che essi non si limitino a  vaccinare chi glielo  chiede o ad indirizzare al centro vaccinale, ma piuttosto,

a partire da settembre a fare un offerta attiva  della vaccinazione perchè è

necessario raggiungere coperture elevate  per ottenere il massimo beneficio-

Gli obiettivi di copertura sono il 75%  minimo ed il 90% ottimale.